martedì 4 ottobre 2016

La risonanza - Capitolo 1

Capitolo 1 - Organizzare l'evento

La dottoressa Alana Bloom dormiva tranquillamente nel suo letto quando ricevette una telefonata da un infermiere: uno dei pazienti continuava ad urlare ossessivamente il nome di una persona che lei conosceva e non c'era modo di calmarlo, le avevano provate tutte. Gli si sarebbe potuto dare un sedativo, ma la dottoressa Bloom era contraria all'uso indiscriminato dei medicinali, qualora ci fosse un'altra possibilità.
«Passamelo al telefono» Disse lei, mettendosi a sedere fra le lenzuola decorate a fiori che sapevano di ammorbidente alla fragola.
Eccetto per un fioco barlume di luna che filtrava dalla finestra socchiusa, Alana non vedeva quasi nulla nel buio della stanza, ma anche lì, nel suo ben poco professionale pigiama rosa, era pronta a prendere in mano le redini della situazione.


L'infermiere fece un piccolo colpo di tosse, poi andò a prendere Teo. Man mano che si avvicinavano all'apprecchio telefonico, Alana poteva distinguere sempre più chiaramente le sue urla
«WIIIIIIIIIIILL GRAHAM! WIIIIIIILL GRAHAM! WIIIIILL GRAHAM!».
Aggrottò le sopracciglia, un po' confusa: era certa che Teo non avesse mai incontrato Will Graham di persona e che non fosse proprio il genere di paziente che si interessava alla criminologia.
Quando Teo le parlò attraverso l'apparecchio, la sua voce era diventata un po' roca per colpa di tutto quel gridare
«Dottoressa Bloom. Che carina a voler parlare con me all'una di notte!»
«Che succede, Teo?» domandò lei, gentile e assonnata

«Oh, mi scusi, l'ho svegliata?»
«No, Teo, è stato l'infermiere a chiamarmi. Perchè non stai tranquillo, stasera e fai dormire un po' anche quel poverino?»
«Ho bisogno di una cosa, dottoressa» rispose il paziente, in tono sicuro
«Dimmi pure, Teo. Di cosa hai bisogno?»
«Di Will Graham. C'è la possibilità di organizzare un incontro con lui, in qualche modo?»
«Uhm...» Alana esitò, trattenendo un piccolo sbadiglio «Certo, si, in teoria è possibile, ma perché mai vuoi incontrarlo? Voglio dire, non è un musicista. E non ha parti del corpo strane. Almeno da quello che ho visto, ma non credo»
«No, no. Voglio proporgli un affare» Teo sorrise, così radiante che la dottoressa Bloom riuscì a intuire quel sorriso anche se si trovava dall'altra parte della città
«Beh, Will vive a Wolf Trap, ora non possiamo chiamarlo, quindi posso tornare a dormire e puoi tornare a dormire anche tu?»
«Certamente» rispose servile Teo «Buona notte dottoressa. Faccia sogni deliziosi e pensi di me, la prego. Sarò meno molesto nei suoi sogni»
«Ne sono certa» rispose con un fil di voce lei «Buona notte, Teo. Sogni d'oro».
Fu lei la prima a riattaccare, posò il cordless sul comodino, si riavvolse nel suo lenzuolo e riprese a dormire come se nulla fosse accaduto. Aveva perso il conto di quante volte gli infermieri la avevano chiamata nel cuore della notte per dirle che Teo stava combinando qualche disastro che solo lei poteva fermare. Fra l'altro, anche volendo, Teo aveva una particolare resistenza ai sedativi, forse perché gliene avevano fatti assumere a forza così tanti che il suo corpo li reputava ormai del tutto normali.
Teo sospirò
«Ah, la dottoressa è così gentile e intelligente»
L'infermiere strappò via la cornetta dalle mani di Teo e la rimise a posto in fretta «Vedi che devi sempre disturbare la dottoressa mentre dorme?»
«Sei stato tu, non sono stato io» lo corresse l'altro, puntandogli contro un dito «E la dottoressa non è contenta di te. Ti ha chiamato “poverino”. E tu non sei gentile e neanche sembri intelligente, a dirla tutta. Altrimenti perché saresti chiuso con me qui dentro, mentre lei dorme?»
«Cosa? Tu sei sciroccato. Altrimenti non saresti chiuso qui dentro di giorno e pure di notte, bello»
«Io non sono “sciroccato”. Sono folle, è completamente diverso. E si, sono anche bello»
«Si, si, come vuoi tu» seccato, l'infermiere prese a sospingere Teo verso la sua cella «E ora è il momento di tornare a fare la nanna, pazzo»
«Non pazzo, folle» lo corresse ancora quello «C'è una bella differenza»
«Non ricominciare»
«Comunque tu sei poco professionale. Se ora volessi ucciderti e scappare potrei farlo tranquillamente. Non hai preso le precauzioni necessarie»
«Ho una siringa piena di sonnifero. Te la sparo nella giugulare se continui a parlare».
Teo rimase in silenzio: non aveva intenzione di fare del male all'infermiere, ma se l'avesse voluto sarebbe stato piuttosto facile sopraffarlo in quanto Ernest Pepper, ovvero l'infermiere irascibile, era di quasi dieci centimetri più basso del prigioniero e, sebbene fosse tarchiato e abbastanza forte, di sicuro non conosceva alcuna arte marziale. Inoltre non era pazzo e non usava i denti come arma, che era un bello svantaggio quando dovevi confrontarti con il Folle Teo, un metro e ottantasette di massa magra e atletica e insanità mentale senza niente da perdere visto che viveva già in una cella spoglia e non aveva famiglia, amici o anche solo un animale domestico.
O almeno era quello che tutti sapevano di lui: il suo vero nome, il suo paese di origine, il suo cognome e se avesse o meno una famiglia erano tutti dati sconosciuti.
Ernest condusse alla sua cella Teo, che si fece rinchiudere docilmente. Dopotutto, se fosse fuggito non avrebbe avuto occasione di incontrare la sua seconda voce, giusto? La dottoressa Bloom di solito manteneva le sue promesse, anche se per farlo avrebbe dovuto prima parlare con il gestore della struttura, l'incapace direttore, il dottor Frederick Chilton... ma anche quello non era un problema: Chilton capitolava sempre a qualunque richiesta della dottoressa, affascinato da lei e disperatamente alla ricerca di approvazione.
Finalmente, il folle Teo si sdraiò sulla vecchia brandina grigia e si concesse di riposare. Chiuse gli occhi, concentrandosi solo per un attimo sullo sfregamento dei bulbi oculari dietro le palpebre, e si poggiò entrambe le mani sopra lo stomaco. Il calore del proprio corpo era rassicurante per lui come una coperta calda, come l'abbraccio di un amico, e pian piano si assopì pensando a quant'era bello essere reale e forte e giovane e intelligente. Niente al mondo, pensò, poteva fargli del male. Tranne la morte del mondo stesso, lo sgretolamento del cielo e della terra e della realtà che un giorno sarebbe collassata intorno al suo corpo.
Doveva impedirlo.

L'indomani mattina, il sole era offuscato da qualche nube di passaggio, ma in generale era una bella giornata. Il clima era mite, il vento quasi assente, e i canonici uccellini cantavano.
Alle otto i degenti dell'ospedale psichiatrico di Baltimora iniziarono a rientrare accompagnati dagli agenti di polizia e dagli infermieri. Teo ne fu molto seccato e si sentì in dovere di annunciare all'intera struttura e ad ogni persona che passasse incautamente di fronte alla sua cella che si stava molto, molto meglio quando non c'erano pazzi che urlavano e schiamazzavano in giro.
Al suo commento, un paio degli infermieri ridacchiarono fra loro.
«A chi lo dici».
Con il ritorno del bestiame, decise Teo, le cose diventavano sempre più complicate.
C'erano pochi vantaggi in una folla. Troppo rumore, nessun suono controllato. Qualunque cosa interessante veniva coperta come una scritta sulla sabbia viene cancellata dal mare. Le folle erano buone solo per confondersi, ma non era sicuro di voler essere scambiato per l'idiota della cella accanto che quando contava si fermava solo a cinque, qualunque fosse il suo trauma, o quello che parlava solo del curioso aspetto delle feci umane.
Non che fosse neppure un esperto. Descriveva solo quello che aveva visto senza curarsi di approfondire; era uno sputo in faccia alla curiosità: come un colpo genera onde di suono che si propagano, la curiosità non dovrebbe forse spingerti a sperimentare, capire, apprendere?
E poi gli psichiatri gli chiedevano perché valutasse tanto poco la vita umana.
Se mettevano pazzi e folli nello stesso posto e li cercavano di curare allo stesso modo, non c'era da stupirsi che rimanessero tutti pazzi e folli. Non che lui volesse guarire: non c'era motivo di peggiorare.
Anzi, pensava seriamente di farsi avere una promozione in un modo o nell'altro... Quando la sua curiosità nasceva dalla necessità di solito lo portava ad ottenere qualunque cosa volesse. Un vero peccato non avere la possibilità di mettere le mani sulla propria collezione in quel momento...
«Ehi! Ehi!» Urlò «Il Folle Teoeoeoeo ha da fare un annuncio!»
«Quand'è che non ne hai?» Sbuffò l'ultimo infermiere della fila
«Non mi interessa la tua frustrazione lavorativa, ascoltami. Voglio che Frederick Chilton mi psicoanalizzi. Credo che la mia mente straordinaria oggi sia più facile da leggere, e visto tutto ciò che fa per noi, voglio proprio vederlo famoso!».
L'infermiere lo guardò come se fosse pazzo, la quale è una cosa stranamente rara in un istituto di igiene mentale. Forse perché altrimenti avremmo tutti una sola espressione, dedusse Teo, il che limiterebbe le capacità comunicative di tutti.
Il pensiero lo divertì.
L'uomo passò oltre. Il sorriso di Teo si rimpicciolì lasciando affiorare un'espressione di disappunto.
Doveva essere quello nuovo.
Un certo argomento o parola di rilevanza per una persona può essere definito “trigger”, grilletto, se scatena una forte reazione nell'individuo stesso.
Sia dia il caso che una delle differenze tra un “folle” e un “pazzo” che nessuno riusciva a ricordare nonostante lui cercasse di rendere un po' edotta la popolazione da quando era arrivato all'Istituto, era che mentre un pazzo si fissava su un certo argomento a cui era sensibile e si offuscava gli occhi con una visione della vita che non poteva condividere con nessun altro, un folle era vigile, attento, e poteva fare tesoro di ogni informazione che lo circondava.
Ed era per questo che Teo conosceva abbastanza trigger dei suoi colleghi da fare finire nella cella imbottita anche un po' di personale.
«Gesù non è ancora venuto! Vero? E quando viene Gesù?» Strillò attraverso le sbarre, attaccandocisi saldamente
«Quando viene Gisù?!» rispose quasi immediatamente una voce chioccia. Occhi incavati, ma spalancati nel buio, scompigliato. Il chiaro ritratto di un pazzo, pensò Teo.
«Eh, perché non ce lo dicono, quando viene Gesù?!» Urlò il folle per incoraggiarlo ad alzare il volume.
In breve, i due stavano gridando come dei pulcini di rondone affamati il nome di Cristo con tanta frequenza da sembrare che stessero bestemmiando. Un altro pazzo si era unito a loro ululando sconnessamente. Che bella festa, pensò Teo allegro.
«Quanti alberi? Uno due tre quattro!» Gridò al vicino di cella
«Cinque!»
«E poi Sammy?»
«Cinque!»
«Cinque!»
«Cinque!».
Entrò affannata un'infermiera robusta, di colore. Lo guardò con rimprovero, come un bambino che ha gettato i propri broccoli sul muro.
«Non ho toccato i miei broccoli» Assicurò serafico Teo. Era contento: questa non era nuova, e sapeva come andavano le cose.
«Cinque!» «Gisù, dove sei?!» «Aooohou!».
«Perché devi fare così?» Gli chiese con disappunto, inclinando un po' la testa e incrociando le braccia. Teo aveva quasi paura di prendere uno schiaffo.
«Perché quello nuovo è un infermiere di cacca che puzza» Disse, risvegliando l'interesse del matto (fortunatamente) almeno tre celle più in là «Non ascolta i bisogni dei pazienti. Se voi non mi faceste aspettare, io sarei buonino e tranquillo».
Denise, perché così si chiamava l'infermiera, cercò di annuire seria. L'espressione che le venne fuori era molto più grave di quanto aveva pianificato; forse perché pensava a quando avevano provato ad ignorare Teo ed era riuscito a risvegliare i comportamenti ossessivi di tutto il suo piano: l'inferno in terra. Non era ammissibile dover sedare metà dell'Istituto perché Teo voleva dare un bacino sulla guancia della Dottoressa Bloom o in alternativa una chitarrina giocattolo. Per dire.
«D'accordo Teo. Cosa vuoi?» Chiese paziente, anche se in tono di ammonimento
«Voglio essere psicoanalizzato da Frederick e farlo diventare famoso».
Beh, era l'unico degli psichiatri che avevano cercato senza successo di analizzarlo che non aveva mai chiamato “dottore”, ma almeno non era diventato “Frederick di cacca che puzza”.
«Vedo che posso fare» Accordò Denise, e Teo batté le mani deliziato. Poi gli piacque il suono che le sue mani facevano e cercò di farci una musichetta. Non appena Denise fu uscita, decise di calmare i colleghi internati.
«Gesù ha detto che arriva domani» Disse ad Sammy
«Basta, non ci sono più alberi» disse ad Albero Cinque.
Quello che ululava bastava lasciarlo stare, poi si scaricava. All'ultimo lo guardò disgustato.
Dopo un attimo di esitazione, disse «Siamo tutti stitici» e si sedette soddisfatto sul suo materassino.
Dopo circa venti minuti, l'infermiera ricomparve e guardò soddisfatta i pazzi che si erano calmati, poi lanciò un'occhiata a Teo
«Il Dottor Chilton sta arrivando» gli annunciò «Ha detto di essere interessato a quello che hai da dirgli»
«Nah. È solo interessato a diventare famoso» rispose Teo, però sorridendo «Ma va ba bene lo stesso. Grazie tante, Denise!»

«Dovere, Teo» sospirò lei, scomparendo di nuovo fuori dal corridoio.
Tutte le luci furono accese, perché quando arrivava il direttore ci si doveva vedere bene in faccia gli uni con gli altri, ma soprattutto perché l'ultima volta che il dottor Chilton era venuto laggiù senza un'adeguata luminosità non aveva visto un escremento che qualcuno aveva lanciato fuori dalla cella e ci era inciampato cadendo rumorosamente di schiena e rovinandosi sia le scarpe che il gambale destro dei pantaloni nuovi.
Finalmente lo psichiatra comparve: era piccolo, arrivava poco sopra il fianco di Teo, e camminava con un bastone di metallo color argento. Aveva i capelli castani scuri, quasi neri, pettinati come un'onda con la linea a sinistra e occhi verde-azzurrognoli che scrutavano il corridoio come se si aspettassero di vedere qualcosa di davvero bruttissimo.
«Oh no! Guardi dove ha messo i piedi!» Gridò Teo, indicando le scarpe del dottore per divertimento
«Dove?!» strillò Chilton, facendo un passo indietro che poteva quasi essere un salto
«Sul pavimento» sbuffò il folle «Dove potrebbe aver mai messo i piedi?».
La faccia di Frederick Chilton divenne rossa quasi quanto la sua cravatta
«Che cosa vuoi, Teo?»
«Che mi psicanalizzi. Sei pronto oppure vuoi riprovare a prendere la laurea di psicologia? Secondo me rinfrescarti la memoria ti aiuterebbe un pochino. Anche se in effetti se tu dovessi ristudiare tutto il corso universitario prima di intervistarmi stamattina, perderemmo così tanto tempo che magari dopo sarei scocciato e non vorrei affatto farmi psicanalizzare, quindi va benissimo così, prendi una sedia e siediti pure»
«Non ho bisogno del tuo permesso!» sbottò l'ometto «Questo è il mio ospedale, posso farci quello che voglio»
«Si, come no» Teo sorrise «Il tuo ospedale, Frederick. E io sono uno dei tuoi folli, quindi perché non prendi una bella sedia e mi fai vedere chi comanda qui?»
«È esattamente quello che farò» rispose il dottore, pur riuscendo a cogliere distintamente la sfumatura di sarcasmo nella sua voce.

L'infermiere nuovo portò una pesante sedia (le sedie su cui si sedeva Frederick erano sempre enormi e pesanti, come in una specie di complesso di Napoleone che però coinvolgeva solo le sedie) e il dottore si sedette, incrociando le mani sopra il pomolo del suo bastone. Anelli d'oro piuttosto grossi scintillarono alle sue dita.

«Puoi batterli contro le sbarre della cella?» Chiese Teo, indicando i monili
«No» rispose rapidamente Chilton
«Perchè no? Voglio solo sentire come suonano!»
«No, vuoi rubarli»
«Rubarli, pfftt» Teo roteò gli occhi «Certo, come se non ne avessi già dozzine di quelli!»
«Dozzine?» d'improvviso Frederick Chilton si fece attento «Come?»
«Come come? Uguali a quelli. Nel mio tesoro personale. Beh, non proprio uguali, altrimenti saprei che suono fanno. I miei sono meno... meno pataccosi credo sia il termine giusto»
«Dove si trovano?»
«L'ho già detto: nel mio tesoro personale, insieme a tutti gli altri gioielli. E se vuoi sapere che cosa si prova a indossarli e vuoi sapere dove si trovano, forse dovresti provare a psicanalizzarmi per bene» Teo gli fece l'occhiolino.
Frederick si agitò appena sulla sedia, non sapendo più se con psicanalizzare intendessero la stessa cosa e se dovesse sperare che si trattasse proprio della stessa cosa, perché in fondo al suo piccolo animo borioso sentiva che sarebbe stato abbastanza difficile analizzare la mente ermetica e contorta di Teo, mentre sarebbe stato ben più facile fargli altri generi di favori per ottenere quel tesoro... sempre che non stesse mentendo e non ci fosse alcun tesoro.
«Allora? Sto aspettando» Teo si aggrappò alle sbarre «Domandami di mia madre»
«Cosa ricordi di tua madre?» chiese Chilton, con aria professionale
«Che mi voleva bene. Non ho mai avuto problemi con mia madre»
«Mai?»
«Ti sento deluso, Frederick. Volevi proprio che io e mamma litigassimo, così che tu possa avere uno spicciolo appiglio per capire perché sono folle? Indizio: mamma e papà mi volevano bene e non ho niente contro di loro, quindi devi cambiare strada»
«Magari ti soffocavano di attenzioni» borbottò il dottore
«O magari mi lasciavano liberissimo di scegliere quello che voglio ed è per questo che ho fatto tutti i corsi di musica che volevo. Ed è per questo che ho un tesoro. Forse, chi lo sa, mamma e papà erano ricchi»
«E non sarebbero felici di saperti qui dentro, non credi vecchio mio?» Frederick digrignò i denti in una parodia di sorriso «Il rampollo della loro famiglia ricca e felice chiuso per omicidio in un ospedale per pazzi»
«Ingiustamente chiuso in un ospedale per pazzi, ahimè»
«Stai ritrattando la tua posizione? Stai dicendo di non aver ucciso quell'uomo?»
«Non ti eccitare tutto, no, l'ho ucciso io! Solo che, ahimè, sono chiuso in un ospedale per pazzi, ma non sono pazzo, sono folle».
Niente spiragli, zero, per capire cosa l'avesse spinto sul baratro di quella lampante follia. Frederick si vide costretto ad usare l'artiglieria pesante.
«D'accordo» Riprese Chilton, mentre Teo canticchiava l'Inno alla Gioia «Qual è la differenza tra un pazzo e un folle?»
«Oh, Frederick, lo dici al singolare! Tsk, tsk» canticchiò il folle «Vuoi partire da qualcosa che dico sempre? Stai sprecando un'occasione, ma sono sempre felice di spiegarti perché sono ingiustamente chiuso qui. Tra un folle e un pazzo c'è la differenza che c'è tra un uomo che accende una candela profumata avendo le luci elettriche ed un uomo che accende una candela senza sapere di avere l'elettricità e la fissa finché anche l'oscurità non appare bianca sulle sue retine impressionate, la differenza che c'è tra un uomo che cerca di guardare fuori dal finestrino della sua auto di notte e vede il proprio riflesso e uno che sfrutta la propria ombra contro il vetro per vedere il panorama notturno, la differenza tra un uomo che ha cuffie a basso volume e chi ha tappi di cera»
«Ma in parole povere?»
«Non capisci niente. Passiamo a qualcosa di più semplice. Chiedimi cosa penso delle persone intorno a me»
«Cosa pensi delle persone intorno a te?»
«Non lo so di preciso, e vorrei che mi aiutassi a scoprire di più su come relazionarmi con gli esseri umani. È cambiato spesso nel corso della mia vita, e sento che sta succedendo di nuovo»
«Come lo sai?»
«Oh, è successo altre volte, conosco i suoi sintomi. Curiosità, voglia di chiacchierare e farsi psicanalizzare. Sono così ansioso di parlare con la gente e vedere la mia prospettiva nuova che quasi ti voglio bene Frederick».
Il direttore lo guardò aggrottando le sopracciglia.
Gonfiò le guance, guardò altrove, poi disse titubante «E cosa posso fare per aiutarti? Voglio starti vicino in questa riscoperta di te»
Teo sorrise «Certo che lo vuoi. Quello che puoi fare è permettermi di relazionarmi con le persone quando voglio, anche se sotto la tua diretta supervisione. Io conosco tutti qui. Come incontro gente nuova?».
Il dottor Chilton ci pensò seriamente, mentre Teo batteva con le nocche contro le sbarre in modo quasi discreto un motivetto accattivante, forse dalla pubblicità di...? Ma ora non era importante.
Aveva l'unica possibilità di studiare davvero il soggetto Teo. Qui poteva semplicemente notare le differenze tra il comportamento che adottava precedentemente e quello avuto dopo, uno spiraglio aperto, incredibilmente, nella corazza fluida di quella mente deviata. Mai avuto uno psicopatico così.
«E dimmi Teo, che ne pensi dell'Istituto?»
«Mi piace. C'è ancora tanto da scoprire qui, non voglio andarmene. Le uniche pecche sono che c'è poco silenzio e che il nuovo infermiere ne capisce meno di un montone con una laurea scritta su un filo d'erba»
«Credevo che ti piacesse il rumore»
«Mi piace il mio rumore. È una cosa da folle, forse non può capire. Vuole che gliela spieghi?»
«Volentieri Teo, ma magari dopo» si leccò le labbra «Quindi non vuoi fuggire?»
«Oh, se avessi voluto l'avrei già fatto» replicò con un sorriso radioso «Ma lei è piuttosto interessante, credo che la mia mente sia degna di essere esaminata da lei».
Una vampata di orgoglio si accese nel dottore. In effetti, era stato il primo psichiatra da cui avesse esplicitamente chiesto di essere esaminato. Teo lo trovava quasi tenero, così immerso in un auto-compiacimento nato da una bugia, ed era altrettanto compiaciuto.
Continuò con l'Inno alla Gioia, mentre aspettava il responso del dottor Chilton.
«Tu credi di potermi prendere in giro, vero, con tutte queste... lusinghe al mio ego?»
«Certo che posso prenderla in giro. Ma consideri la proposta che aveva in mente, la consideri seriamente. Prenda il suo tempo se ha bisogno, le assicuro che io non vado da nessuna parte».
Le sue dita schioccavano in un motivetto incompleto, quasi sperimentale. Il sorrisone da Gatto del Chesire in qualche modo sembrò convincere Frederick.
«Quindi, cosa succederebbe se io ti offrissi la possibilità di diventare il mio assistente personale?»
«Gasp!» Teo finse di essere sorpreso «A me? Una posizione così importante? E perché mai?»
«Perchè sei il meno pazzo, qui dentro. Cioè, il meno folle volevo dire, dimenticavo che sei un folle. Però poco, il meno folle fra tutti diciamo»
«In realtà sono parecchio folle» lo corresse Teo, socchiudendo gli occhi
«Beh, si, certo. Insomma, non sei come loro, questo si capisce»
«Ma perché non prendi qualcuno qualificato per farti da assistente personale? Insomma, io sono ricoverato qui, tu invece sei il supremo capo, capisci, quello che tira i fili di tutti noi burattini, pazzi o folli che siano, e hai abbastanza soldi da assumere qualcuno qualificato, quindi perché non lo fai?».
Frederick Chilton pensò che non lo faceva perché gli sarebbe piaciuto potersi vantare con gli amici (o meglio, con i conoscenti) di poter tenere sotto controllo uno di quei criminali pazzi e pericolosi abbastanza da farlo servire docilmente nel ruolo di suo assistente, perché gli piaceva che le persone che lo servivano fossero alte (e Teo era alto), perché pensava che offrendogli una carica prestigiosa e ponendolo più in alto rispetto alla media dei reclusi della struttura Teo si sarebbe aperto e confidato con lui e perché non voleva spendere quei soldi per ingaggiare qualcuno qualificato, ma per comprare romanzi erotici, abbonamenti alla tv via cavo e alcolici costosi, ma per non sembrare esattamente ciò che era, Chilton tenne la bocca chiusa e si limitò a fare il sorriso più incoraggiante che gli riuscì.
Teo lasciò andare le sbarre e fece un passo indietro
«Ne sarei onorato» disse «Però no, grazie»
«E perché no?» sbottò Frederick, che era sicuro di avere in mano una carta vincente
«Perché non voglio dover lavorare quando posso stare qui gratis e avere lo stesso quello che voglio. Si, credo di avere già quello che voglio» sollevò le sopracciglia, come per sottolineare un concetto che a Chilton stava sfuggendo «E credo di averlo qui, dove sono. Perché io ho bisogno solo di me stesso. E posso andarmene quando voglio»
«Su questo ti sbagli, Teo. Solida roccia! Sei in una cella di solida roccia e metallo, non puoi spezzarla, non puoi fonderla, non puoi uscire in alcun modo se non hai le chiavi e forse anche se ce le hai!»
«Per via della sorveglianza?»
«Si»
«Guarda questa faccia e ascolta il mio tono, Frederick: sono beffardi. Niente mi trattiene dal fuggire, non l'ho fatto solo perché non ne avevo alcuna intenzione. Un'altra cosa» si passò la mano sul cuore «La nostra adorabile dottoressa Bloom: le ho chiesto un favore. E ovviamente lei ha acconsentito»
«Che cosa?» il tono del dottore era stridulo «Come ha acconsentito?»
«Lo fa sempre. Solo che non lo sai» Teo si strinse nelle spalle «Solo che questa volta c'entri anche tu, quindi, per favore, puoi dirle si quando la vedrai e ti chiederà di portare da me qualcuno?»
«Qualcuno chi?»
«Oh, nessuno che ti debba interessare, Frederick. Non è un pazzo. Forse è un po' folle, ma non è un pazzo»
«Il suo... fidanzatino?» domandò a denti stretti il dottore. Odiava il fatto che la dottoressa Alana Bloom avesse un ragazzo perché così non poteva corteggiarla troppo apertamente. E odiava anche il ragazzo, questo era ovvio.
«Sono fidanzati?» Teo spalancò un po' di più gli occhi «Ah, ma non lo sapevo! Ecco perché a volte parla di lui, non parla molto di altri uomini...»
«Neanche di me?» chiese il dottor Chilton, con una punta di civetteria
«Non posso dirti se parla di te. E neanche che cosa dice di te. Però mi ha detto che hanno mangiato del prosciutto costoso, tipo da ventimila dollari ogni coscia, impressionante, vero?».
Il resto della conversazione, che durò per quasi un'ora e mezza, continuò su questa falsariga: il dottor Chilton che chiedeva informazioni sulla dottoressa Bloom e Teo che lo insultava velatamente e parlava di argomenti non correlati. Alla fine, Chilton si stancò, batté con il bastone sulle sbarre e si alzò
«Basta, mi stai solo facendo perdere tempo!»
«Se qui ci fosse stato uno psichiatra» disse allegro Teo «Non avrebbe pensato che gli stavo facendo perdere tempo. Anzi, probabilmente avrebbe già capito perché sono folle».
Stizzito e senza salutare, Chilton se ne andò via.
Al piano di sopra, incontrò la dottoressa Bloom, che era appena arrivata per visitare il paziente che aveva in cura in quel periodo, l'uomo che contava al massimo fino a cinque e che, con grande fantasia, era da tutti chiamato “Albero Cinque”.
Alana Bloom era radiosa come sempre, al punto che Chilton sentì il bisogno quasi irrefrenabile di avvicinarsi a lei e affondare le dita nei suoi lunghi e folti capelli castani, soffici e leggermente ondulati, e di posarle un bacio da qualche parte, fosse anche la punta del naso. Lei lo salutò con professionalità, senza freddezza né entusiasmo
«Buongiorno, dottor Chilton»
«Dottoressa Bloom» rispose lui, chinando il capo.
La donna lo gratificò con un piccolo sorriso, e il direttore dell'Istituto avrebbe tanto voluto che anche quello non rientrasse nella lista di semplici cortesie che la gente si rivolgeva.
La dottoressa Bloom a sua volta non era una donna molto alta, anzi avevano a disposizione quasi lo stesso numero di centimetri. Era difficile fare un confronto obiettivo, visto che non si erano mai incontrati senza che almeno uno dei due indossasse tacchi.
La donna sembrava intenzionata a passare oltre, ma Chilton la fermò con un piccolo schiarirsi della gola, senza toccarla.
«Deve dirmi qualcosa, dottoressa Bloom?» Chiese l'uomo
«Spero di non essere nei guai» scherzò la donna, con giusto una punta di freddezza
«Mi è stato riferito che ha accettato una... un accordo propostole da uno dei nostri ospiti»
«Dal Folle Teo stesso, vero?» annuì la dottoressa, un filo più cauta
«Quindi, ha intenzione di portare qui qualcuno?»
«Solo con il suo permesso. Ovviamente, la struttura è ancora sotto la sua giurisdizione Frederick» rispose calma la donna, guardandolo da sotto le ciglia nere senza traccia di timore.
Il dottore fu tentato di negarle la possibilità. Prima di tutto perché non aveva alcuna voglia di vedere quell'uomo che girava per il suo Istituto e venire confrontato a lui anche lì dove tecnicamente era il capo. E la voglia di dirle no era ancora più forte perché stava cedendo ad un folle che lo aveva appena rifiutato e di una sua dipendente, ed entrambi lo chiamavano “Frederick”.
«Ma certo» Sorrise, stringendo le dita inanellate sul pomolo del suo bastone.
«Vado a visitare mister Cinque. Credo che avremo visite nel pomeriggio, se il nostro uomo dice di si».
Se il nostro uomo dice di si”. Ugh. Che cosa orribile che lei dicesse “il nostro uomo” di fronte a Frederick, come se non sapesse che lui la corteggiava da sempre, che era infastidito dal fatto che lei avesse un ragazzo e soprattutto che non fosse davvero l'uomo di tutti e due. Frederick non aveva speranze con lei, figuriamoci con il suo uomo.
Il sorriso di cortesia rispuntò su quelle labbra ciliegia e la donna si allontanò.
Frederick ascoltò i tacchi che mitragliavano il pavimento prima di ritirarsi.
Ad ogni modo, non aveva bisogno di un assistente personale.

Alana sapeva che il modo migliore di sottoporre la questione a Will era la sincerità. E poi, non credeva che gliene sarebbe venuto male, in fondo Teo, pur essendo stato rinchiuso per questioni piuttosto gravi, non aveva mai mostrato atteggiamenti puramente violenti verso nessuno del personale.
Era quasi opinione comune che fosse una specie di bambino innocuo, anche se estremamente fastidioso. Per quanto la riguardava, pensava che un po' di cautela verso un assassino psicotico ci stesse sempre.
Così lei compose il numero dell'amico e attese che quello rispondesse. Rispondeva sempre, quando era lei a chiamare, e così fu anche questa volta.
«Pronto?» Disse la voce di Will, un po' roca
«Pronto, ciao Will!»
«Alana! Come mai mi chiami? Sono nei guai?».
Negli ultimi mesi, Will era stato nei guai più volte di quante avesse mai contato nel resto della sua vita e persino Alana si era per breve tempo schierata contro di lui.
«No, non sei nei guai. Come stai?»
«Io...» Will si schiarì la voce «Sto bene, si. Sto bene. E tu?»
«Benissimo, grazie»
«E Hannibal?»
«Non l'ho visto questa mattina e ora sono al lavoro»
«Come mai non l'hai visto?»
«Circostanze. Ma tu non ti fai mai i fatti tuoi, Will?» scherzò lei, ma l'amico entrò immediatamente in modalità difensiva
«Scusami, scusami. Era solo per fare conversazione, lo sai che io non voglio farmi i fatti tuoi, ero solo curioso e volevo sapere se tu e lui...»
«Will! Will, stavo scherzando. Va tutto bene»
«Certo, certo»
«Tutto ok. Volevo chiederti se puoi farmi un favore piccolo piccolo»
«Quello che vuoi» acconsentì l'uomo, prima ancora che lei gli spiegasse cosa voleva.
Alana si sentì un po' troppo fortunata ad ottenere dai maschi (tutti, eccetto uno) quello che voleva senza neanche combattere quel poco che bastava per fare capire che non tutto le veniva regalato.
«Will, c'è un mio paziente che ha l'interessante desiderio di parlare con te. Ti piacerebbe farlo? Insomma, lo so che non ti piace essere sociale, ma questa è una specie di emergenza»
«Un'emergenza?»
«Si. Terrà sveglio tutto l'ospedale se non gli parlerai almeno una volta. È uno di quelli tenaci, ma non temere: sarà innocuo»
«Tutto qui? Devo parlare con uno dei pazienti?»
«Si. Ti posso organizzare un incontro per quando vuoi, ma preferiremmo vederti oggi»
«Si, perché no... tanto vengo a Baltimora ogni giorno per la terapia con il dottor Lecter. Facciamo che oggi vengo un po' prima e incontro questo tuo paziente, poi me ne vado da Hannibal»
«Fantastico. Sei un tesoro... quando non sei un bastardo» aggiunse ridacchiando
«Certo» Will stavolta capì che lei stava scherzando (anche se non troppo) e si concesse di sorridere «Questo e altro per farmi perdonare»
«Guarda che devi farti perdonare da Hannibal, non da me»
«Se mi faccio perdonare da te, per lui è lo stesso. Lo sai»
«Però non è giusto. Vabbè, ne parliamo quando ci vediamo, ok? Chiamami quando arrivi a Baltimora così ci incontriamo»
«Oh, ci incontriamo così, di nascosto? Senza Hannibal? E lui è d'accordo?» domandò malizioso Will

«Finiscila» borbottò divertita la dottoressa Bloom «Lo sai benissimo che lui è d'accordo».
Quando Alana riattaccò, Will si prese la testa fra le mani, affondandosi i pollici nelle guance. Ci sarebbe voluta una forza di volontà ferrea e probabilmente più di un'aspirina per riuscire a entrare di nuovo nell'ospedale psichiatrico senza ridestare ricordi ed emozioni che lo avrebbero tenuto sveglio la notte, ma lo avrebbe fatto senza protestare.
Per lei. Per loro. Per conquistare la loro fiducia fino all'ultima goccia.