venerdì 30 settembre 2016

La risonanza - Prologo

Prologo - Urla nel buio

Nel silenzio e nel buio c'era una tranquillità fredda, come quella dei ghiacci perenni nel giorno in cui un orso polare è sazio. Le stanze, o meglio le celle, allineate lungo il corridoio di pietra sotterraneo, erano vuote quella notte: una terapia sperimentale aveva costretto i degenti ad allontanarsi per essere portati a dormire all'aperto, a contatto con la natura, sotto le stelle brillanti e sull'erba verde e fresca.

Una sola cella era piena e dentro di essa vi era un uomo che sedeva immobile, trattenendo il fiato nel tentativo di capire per quanto tempo si potesse protrarre un silenzio perfetto.

E anche se tratteneva il fiato, poteva sentire rumori che non avrebbe voluto sentire: c'erano topi che zampettavano dentro i muri e grilli lontani e blatte e un infermiere che guardava la televisione al piano di sopra, il volume abbastanza alto da poter essere percepito se ci si concentrava.

Il manicomio criminale di Baltimora, o ospedale come si ostinavano a volerlo chiamare, non era mai abbastanza silenzioso per Teo.

Teo era quell'uomo solo, così disinteressato alla fuga e al recupero della propria sanità mentale che aveva rifiutato la terapia all'aperto per poter rimanere da solo, sperando nel silenzio. Non che amasse particolarmente l'assenza di suoni, anzi ne era pesantemente disturbato: ma in quel momento stava conducendo una particolare ricerca sull'assenza di rumore e su come la sua voce sarebbe potuta risuonare nei corridoi vuoti, come si sarebbe sparsa e avrebbe rimbalzato sulle pietre riempiendo quegli ambienti solitamente occupati da gente sporca, rumorosa e inutile.

Teo prese un profondo respiro, ascoltando l'aria che sibilava su per le narici e giù per la gola. La sua mascella scricchiolò appena e poi fu il turno delle sue scarpe di gomma sul pavimento mentre si alzava in piedi e si avvicinava alle sbarre, avvolgendole fra le mani e stringendo.

Allargò le gambe, spalancò la bocca e iniziò a urlare nel buio totale.

Era un suono lacerante, terribile, sofferente. Ma Teo non stava soffrendo, stava soltanto mimando il grido che in quegli anni lo aveva impressionato di più.

La musica, e più in generale il suono, era la sua passione.

D'un tratto smise di gridare e prese a parlare fra sé e sé

«Non va non va» disse, preoccupato, premendosi gli indici sulle meningi «Non c'è abbastanza silenzio. Avrei bisogno di armonizzarmi con una seconda voce per coprire le interferenze, ma dove trovo una seconda voce capace di farlo? Dove la trovo oggi, soprattutto!».

Perchè una voce si armonizzasse con la sua, nel modo in cui lo intendeva, aveva anche bisogno di qualcuno che potesse assumere perfettamente il suo punto di vista. O, perlomeno, che avesse una voce straordinaria e un'altrettanto straordinaria capacità di comprensione. Un genio, della musica o della vita, qualcuno che potesse penetrare nella mente più oscura e vibrare all'unisono con il battito del cuore di qualcun'altro.

Aveva una vaga di idea di dove trovare qualcuno del genere, l'aveva udito gridare in un delirio ad un altro dei prigionieri, un tale Eldon Stammets con la fissa dei funghi e un concetto del tutto errato di come le creature possano connettersi fra loro. Stammets aveva detto che esisteva qualcuno là fuori capace di entrare nella mente delle persone empatizzando con loro e non si trattava di un ciarlatano, no, perché l'FBI usava questo suo talento per catturare i criminali.

Il poliziotto pazzo, così l'aveva definito il Tattle Crime ed era l'unica rivista che Teo leggesse e di cui si fidasse.

L'uomo che per vivere pensa come un killer, il tormentato, insonne agente che non aveva passato i test di stabilità e non era un vero agente dell'FBI: Will Graham.

Quel pensiero dipinse un sorriso che nessuno avrebbe visto in quell'oscurità. Così Teo reclinò la testa all'indietro e ululò quel nome, Will Graham, nel buio, ancora e ancora e ancora, per intere ore.

Sapeva per esperienza che tutto ciò che veniva chiamato a gran voce e con la giusta perseveranza, prima o poi compare. Un pensiero che, insieme ad alcuni effetti collaterali connessi ad esso, gli avevano fruttato la diagnosi di una mente disturbata. Eppure aveva ragione.