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venerdì 20 gennaio 2017

The Bloom Baby

+++THE BLOOM BABY+++

Illustrated by us, FuriaAndMimma

martedì 1 novembre 2016

La risonanza - Capitolo 2

Capitolo 2 - Will e il mondo

Will Graham aveva trentasette anni, molti riccioli neri, una corta barba e occhi più azzurri di un cielo estivo alle cinque del pomeriggio. Trascorreva molto tempo all'aperto, ma era comunque pallido come una mozzarella, visto che non aveva proprio la pelle di uno che si abbronza facilmente. In compenso, giusto per non sembrare un fantasma diafano, era piuttosto muscoloso.
Will Graham era anche un tipo che evitava di guardarsi allo specchio, visto che non solo non era affatto vanitoso, ma si sentiva disturbato dal proprio riflesso asimmetrico che lo scrutava come se fosse una persona diversa da lui. Non c'erano specchi in casa sua, eccetto l'unico nel bagno che serviva per farsi la barba in maniera più accurata.
Quella mattina non si era regolato la barba perché voleva evitare lo specchio, perciò sarebbe andato da un barbiere per farsela tagliare. Il suo psichiatra, il dottor Hannibal Lecter, gli aveva più volte proposto di tagliargli sia barba che capelli, ma Will aveva rifiutato e non di certo perché lo credesse poco abile come barbiere, quanto perché si sentiva a disagio ad avere una lama affilata maneggiata da lui vicino alla propria gola, specie dopo aver commissionato il suo assassinio.
Ma era una storia lunga, e come al solito si stava perdendo nei propri pensieri. Era un flusso continuo difficile da fermare, associazione su associazione, immagini, figure, un fiume di cui era testimone dello scorrere senza avere alcuna possibilità di costruire una diga resistente.
Così, una cosa tira l'altra, e non aveva intenzione di farsi radere dal proprio psichiatra.
Non era un tipo da chiacchiericcio, perciò lasciò cadere in modo quasi scortese ogni tentativo del barbiere di fare gossip o scucirgli una conversazione frivola. L'uomo si arrese e si mise a parlare con la persona in attesa del proprio turno di come Johnny avesse una tresca con Roxie.
Forse era un programma televisivo, o parlavano di gente reale. Non che gliene importasse.
Quello che sembrava di gran lunga più importante era che non aveva approfondito la questione del paziente da incontrare, anche se a bene vedere contava sulla punta delle dita i pazienti dell'Istituto che potessero essere definiti “innocui”. Per di più non era nello stile di Alana farlo ammazzare da un paziente per farlo sembrare un incidente, e sperava di non aver combinato così tanti pasticci da esserselo meritato.
Inspirò a fondo, cercando di tenere ferma la testa. In realtà, gli dava fastidio anche le mani di quell'uomo che gli danzavano sul volto, non era un fan del contatto fisico con gli sconosciuti.
Quindi, un paziente “innocuo”? Innocuo per chi?
Si chiese se ad aver chiesto di lui fosse stato Matthew Brown. Non era un incontro che voleva fare, e se fosse stato chiunque altro a chiederglielo avrebbe rifiutato di slancio.
Ma era stata Alana. Avrebbe visto anche Matthew Brown, non si sarebbe rimangiato la parola.

Il momento di andare all'appuntamento arrivò troppo presto, dopo aver aspettato che arrivasse tutto il giorno. Non che avrebbe potuto essere più preparato di così.
La macchina di Will non era appariscente, ma il Dottor Chilton la riconobbe subito, appollaiato come uno spiritello maligno sulle scale a sbarrargli l'entrata.
Will salì i gradini con tranquillità. Si, non indulgeva particolarmente nell'essere sociale e tanto meno esserlo con chi voleva frugargli nel cervello fino a ridurlo come un uovo strapazzato; ma Frederick era così facile da gestire da essere patetico.
Avrebbe potuto sentirsi paterno nei suoi confronti se non si fosse ricordato di come non aveva avuto neppure la decenza di far finta di non vederlo come un articolo su una rivista di psicologia la prima volta che lo aveva visto.
«E tu che ci fai qui?» Chiese il dottore.
Era strano il tono di vero stupore nel tono di Chilton. Nessuna battuta piatta in tasca, davvero?
«Non è divertente» Gli assicurò Will, continuando a salire le scale
«Non deve essere divertente! Che cosa ci fai qui tu? Dove stai andando?»
«Beh, mi sto avvicinando a te» Will si fermò a due gradini di distanza da lui «Per chiederti di accompagnarmi dal paziente che ha chiesto di me»
«Nessun paziente ha chiesto di te!» esclamò Chilton «Che cosa ci fai qui?»
«Come sarebbe a dire? E tu allora chi stavi aspettando?» Will lo squadrò dalla testa ai piedi, cosa non difficile da fare vista la taglia del dottore «Non dirmi che di solito guardi giù dalla scalinata per divertimento»
«No. Stavo aspettando il dottor Lecter»
«Deve venire qui?» Will iniziò a sentirsi davvero irritato.
Nessun paziente aveva chiesto di lui? Hannibal stava per venire lì? Che diavolo stava succedendo e perché Alana gli aveva mentito?
«Si» Chilton sogghignò «Deve incontrarsi con Teo, un nostro paziente. La dottoressa Bloom lo ha richiesto»
«Beh, anche io sono stato richiesto. La dottoressa Bloom mi ha chiamato e mi ha detto di venire»
«Beh, a me non ha detto niente, quindi mi vedrò costretto a lasciarti fuori da qui»
«Dottor Chilton, voglio vedere Alana»
«E chi non vuole? Il fatto è che non si può entrare e uscire da un manicomio criminale a piacimento...»
«Will!» una voce familiare lo chiamò dall'uscio, molto più in basso.
Sia Frederick che Will scesero di un gradino e guardarono la persona che era appena entrata. Il dottor Hannibal Lecter aveva appena varcato la soglia, statuario nel suo completo tre pezzi azzurro, con i capelli ben pettinati all'indietro che scintillavano come un misto bicolore di oro e argento. Lame di luce e ombra coloravano la sua pelle ambrata e sottolineavano i suoi zigomi prominenti e le labbra carnose.
«Ecco, aspettavamo lei, dottor Lecter!» Gioì insensatamente Frederick
«E perché mai, dottor Chilton?» La voce spessa e dall'accento straniero del dottor Lecter si piegò interrogativamente
«Come perché? Per incontrare Teo»
«Non ne ero stato messo al corrente» ammise Hannibal «Sono venuto per dire a Will che potrebbe non essere la migliore idea visitare adesso, e da solo, l'ospedale psichiatrico. E anche per portare uno spuntino alla dottoressa Bloom» sollevò un piccolo contenitore di plastica a chiusura ermetica.
Will aggrottò le sopracciglia
«Io sono stato chiamato da Alana per vedere un paziente, non sono solo» ribatté
«Non è vero! Non è vero» con l'indice alzato, Frederick lo ammonì «Non sei stato invitato, lui è stato invitato!»
«Ma quando?» domandarono all'unisono Hannibal e Will, l'uno pacatamente curioso e l'altro sonoramente irritato
«Stamattina. Alana ha detto che avrebbe portato qui il suo ragazzo».
Will lanciò un'occhiata di sbieco ad Hannibal, poi fece un sorrisetto vedendolo arrossire appena appena, solo sulla punta delle orecchie, abbastanza da non essere notato da qualunque osservatore eccetto i più attenti.
«Io non sono il ragazzo di Alana» Disse «Siamo solo amici»
«Lo sanno tutti che non è così» replicò in fretta Frederick, malizioso «C'era scritto anche sul giornale»
«Il Tattle Crime?»
«Si»
«Dovrebbe occuparsi di crimine. Non di me e della mia collega»
«Si occupava di crimine. Lei è stato vittima di un attacco, no? Ci ha quasi rimesso le penne. E la dottoressa Bloom la ha aiutato»
«Siamo amici. Non è la mia ragazza».
Alana spuntò alle spalle di Frederick proprio in quel momento.
«Il tuo ragazzo è qui» Disse a voce un po' troppo alta il dottor Chilton «Puoi portarlo giù da Teo, se ti va».
La dottoressa Bloom parve per un attimo confusa su quale fosse il suo ragazzo, poi prese per mano Will e gli disse
«Bentornato! Va tutto bene?»
«Benissimo» mentì lui, disinvolto «Allora, andiamo a vedere Teo?»
«Certo. Dai, andiamo. Vieni anche tu, Hannibal?»
«No» rispose serafico il dottor Lecter «Però ecco uno spuntino. E non stressare troppo Will, è un periodo un po' strano per lui».
Frederick era più che mai confuso.
«Ma chi è il suo ragazzo?»
«Si faccia gli affaracci suoi e si trovi una ragazza sua» ribatté un po' piccata la dottoressa Bloom, e i due rientrarono insieme nell'Istituto.
Hannibal e Chilton rimasero a fissarsi sugli scalini. Frederick si gonfiò come un tacchino avvantaggiandosi del fatto che era più in alto sulle scale, e il Dottor Lecter si limitò a salire un paio di gradini, sovrastandolo. Chilton si sgonfiò e Hannibal si allontanò soddisfatto.
Will sapeva che non sarebbero passati per la fila di celle per parlare con il Folle Teo, ma che il criminale sarebbe stato trasferito in una gabbia apposita, in una stanza lontana dagli altri internati; in fondo non c'era bisogno di mostrare tutta la biancheria sporca a chi si sta infliggendo una visita già con un paziente solo.
Trovò quasi ironico che Teo li aspettasse nella gabbia di solito riservata a lui.
Alana gli toccò un gomito, lievemente, ma Will lo apprezzò.
«Oh, dottoressa Bloom! Lei è un angelo del Signore, se solo non fosse che non è bionda, non è asessuata, non ha le ali e non appartiene a nessun Signore. Ma per il resto è un angelo del Signore» Li accolse Teo sorridente, aggrappato alle sbarre
«Ma di niente Teo»
«Le auguro, e mi auguro, di tutto cuore che tutta la baracca finisca a comandarla lei, dottoressa. Se me ne presenterà l'occasione, sappia che cercherò di farla promuovere al posto di Frederick».
Will sentì un goccio di simpatia per il folle che non si sforzò neanche di trovare inappropriato.
«Che dire, grazie a te» Rispose educatamente la dottoressa.
Gli occhi castani del folle passarono sull'altro uomo, ballando nel tentativo di sondarlo. Will rimase immobile, e all'apparenza impassibile. Anche a lui venne dedicato un sorriso, ma visto che Teo faceva quell'espressione a chiunque passasse come un imbecille, Graham dubitò che fosse rivolta a lui quanto a sé stesso.


«Grazie per essere venuto, signor Graham. Non le prenderò molto tempo, vorrei solo farle una proposta. È vero che lei può prendere anche punti di vista altrui?»
«Posso capire le motivazioni che hanno spinto a compiere delle certe azioni» l'uomo annuì lentamente, senza guardare Teo negli occhi, ma senza evitarlo apertamente.
«Oh, è molto più di questo, o il nostro hobbit malvagio non avrebbe interesse in te»
«Hobbit malvagio?» ripeté Will piano, reprimendo l'impulso di ridere
«Frederick, ma sono sicuro che ci siamo intesi. Ad ogni modo, apprezzo l'umiltà quando è sincera, perciò sono ancora più convinto: ho bisogno di una seconda voce per il mio esperimento, e ho bisogno di qualcuno che sia in grado di cantare insieme a me senza sbagliare. Ad istinto. Quindi ho bisogno di te» allargò le braccia verso di lui «Puoi usare il tuo talento per me?»
«Non mi avevano mai chiesto di mettere a frutto il mio talento per scopi musicali»
«Eppure è così ovvio» Teo batté le palpebre «La musica è sentimento e passione che ti attraversano. Un uomo invischiato così a fondo nelle emozioni dovrebbe essere in grado di...»
«Scusa, Teo, questa parte la devi rivedere» lo interruppe gentilmente Will
«Folle Teo»
«Folle Teo» ripeté accomodante l'uomo, perché è stupido litigare con i pazzi o folli che siano per come vogliono farsi chiamare «Non sono un bravo cantante. Né un musicista particolarmente virtuoso, a dirla tutta. Ma di cosa tratta il tuo, uhm, esperimento?»
«Il mio esperimento è emozionante, e sono certo che dopo averlo sentito, vorrai cantare con me» disse Teo eccitato «Sei familiare con il fenomeno della risonanza, ed in particolar modo con la risonanza acustica?»
«Familiare è una parola grossa. Ma so di cosa parli»
«Ti faccio un esempio veloce: hai mai visto nei cartoni animati, o nei fumetti, quelle persone che con la loro sola voce spaccano i bicchieri? Ecco, alla base c'è il principio di risonanza. Se percuoti un bicchiere, esso creerà una nota unica, con un suo ben preciso timbro, frequenza e altezza. Se una persona riesce a riprodurre la stessa identica nota ed a sostenerla per un certo periodo di tempo, si creerà una risonanza che romperà il bicchiere. E questo non vale solo per i bicchieri o per gli oggetti di vetro: tutto può entrare in risonanza abbastanza da spezzarsi, basta forzarne la struttura a vibrare ad una delle frequenze proprie. Potresti spezzare persino una persona»
«Interessante»
«Si, vero? Il problema è che di solito si lavora con oggetti a basso smorzamento perché sono più facili da rompere»
«Basso smorzamento?»
«Si. Tipo, se colpisci un barattolo e il suono ci mette alcuni secondi per smorzarsi fino a smettere, quella è una struttura a basso smorzamento. Ed è ideale da spezzare»

«Ah. E quindi cos'è che vorresti fare, esattamente?»
«Uno studio sulla materia. Ho già molte conoscenze al riguardo, ma poter distruggere qualunque cosa con la sola voce ho bisogno dell'aiuto di un secondo cantante, una voce che mi supporti, sai. Un coro sarebbe l'ideale, però ora come ora non credo di poterne formare uno come si deve» prese un profondo respiro «Voglio trovare la frequenza vibratoria della realtà, del nostro intero mondo. In questo modo potrò sapere come distruggerlo. E se saprò come distruggerlo, saprò anche come salvarlo».
Will rimase per un istante in silenzio. Doveva ammettere che l'idea di manipolare la realtà attraverso la musica sarebbe stata formidabile... se solo fosse stata fattibile. Aveva letto degli esperimenti per spezzare i bicchieri con la voce e non erano affatto semplici come Teo voleva farli sembrare, quanto al distruggere qualunque altro oggetto sarebbe stato quasi impossibile tranne di possedere altoparlanti giganti, fedelissimi e connessi a un programma audio che permetteva di impostare ogni aspetto delle frequenze audio.
«Mi vedo costretto a declinare» Disse gentilmente «Non so cantare, men che mai armonizzarmi con quella che immagino essere la grande voce di un cantante eccezionale ed esperto come immagino che tu sia. Sarei molto imbarazzato anche solo a provarci, sinceramente»
«Oh, io credo che tu possa fare grandi cose solo con un po' di allenamento»
«Sono stonato, Teo» Will aggrottò le sopracciglia «Non canto neppure sotto la doccia, dubito di poter fare entrare in risonanza alcunché. O anche solo di cantare un duetto intonato con te»
«Oh. Ma puoi sempre provarci e...»
«Sarebbe una prova inutile» lo interruppe Will «Inoltre sto poco bene e non mi sento incline a questi esperimenti. No, mi dispiace, non posso farlo»
«E va bene» Teo parve perdere un po' del suo buonumore «Troverò qualcun altro»
«Che ti aiuti a spezzare le sbarre delle celle urlando?» si intromise Alana, con un sorriso «Io non credo proprio!»
«Lei, signorina Bloom, sa cantare?»
«Solo country e musica da osteria. E non canterò per distruggere il mondo, te lo dico da ora»

«Che autentico peccato!».
Sia lui che la dottoressa risero, mentre Will si massaggiava lentamente un gomito. C'era freddo lì dentro e un'atmosfera che, nonostante l'allegria di Teo, sembrava permeata di dolore. Come faceva la dottoressa Bloom a passare in quel salone praticamente tutti i giorni e a parlare con quelle persone chiuse in quelle piccole gabbie?
«Quindi, posso andare?» Si trovò a dire. Per un attimo si chiese se non fosse un gesto debole chiedere il permesso ad una persona che non aveva alcun controllo su di lui, mostrare gratuitamente il collo. Ma era la spinta finale che Teo voleva per arrendersi, perché evidentemente lo apprezzò.
«Un no è un no» Il folle fece un sorriso rassicurante, tanto da sembrare fuori posto dentro la piccola gabbia. La sua affermazione fece roteare gli occhi alla dottoressa Bloom. «Ma grazie per avere accettato di vedermi, signor Graham. Lo apprezzo molto, e grazie anche per la franchezza. Si, può andare».
Will annuì senza guardarlo, gli occhi azzurri che seguivano le venature del marmo della parete.
«Arrivederci, signorina Bloom. Arrivederci, signor Graham»
«Ciao Teo» salutò Alana, intrecciando di nuovo le dita a quelle di Will per tirarlo gentilmente verso l'uscita.
Will avvertì gli occhi del folle fissi sulla propria nuca finché non uscirono dalla stanza.

Teo si sedette nella gabbia, aspettando che un addetto lo trasportasse nuovamente alla sua cella. Nonostante il disappunto, non era molto abbattuto. Si, questo incontro era stato un fiasco totale, ma ora sapeva di avere tranquillamente il potere di organizzarne molti altri.
Ci sarebbe pur stato qualcuno là fuori che poteva e voleva fargli da secondo. Non si sputa in faccia alla salvezza del mondo così, anche se nessun altro sembrava minimamente preoccupato per il futuro della bella Terra. La bella Terra in cui viveva, la bella Terra che avrebbe potuto collassare da un momento all'altro.
Che miopi: solo perché non vedevano un pericolo imminente non vuol dire che non ce ne fosse uno. Se il battito di ali di una farfalla può creare un tornado, allora, sconosciuto com'è l'Universo e le sue dinamiche, come potevano sapere che l'equivalente di un grosso tornado non stesse per disintegrarli? Che l'entropia non avrebbe ridotto in piccole particelle tutto e poi inglobato quelle piccole particelle, la polvere di cui erano fatti?
Si alzò in piedi di scatto, divorato dall'ansia. Era come se potesse fisicamente qualcosa rosicchiarlo dall'interno, qualcosa che gli rendeva scomoda la sua stessa pelle come una tuta due volte più larga, come se qualcosa di strisciante avesse cominciato a separarlo da dentro, epidermide dai muscoli, muscoli dalle ossa.
E poi sarebbe stato solo polvere, polvere, polvere.
Tutto quello di cui era fatto e quello che pensava e che aveva fatto e che era e che...
Si alzò in piedi e cominciò a battere a palmi aperti sulle sbarre d'acciaio, urlando fino a sentirsi scorticare la gola, fino a che il fiato non gli si esaurì soffocando il suo cervello, e allora alternò urla più brevi, sperimentò con urgenza diversi timbri. La sensazione era la stessa di sempre.
Il clangore delle sbarre si spegneva nel momento in cui si era sempre spento, non un secondo di più né di meno, la sua voce era sempre lo stesso ululato disperato.
Si lasciò cadere di nuovo, ansimando. E sorrise.
No, era ancora tutto a posto.

All'uscita, Alana e Will incontrarono di nuovo Hannibal, intento ad ammirare un quadro dipinto da uno dei degenti, un cavallo impennato con parecchi errori anatomici, ma abbastanza carino da essere stato esposto; doveva essere stata una concessione del precedente gestore dell'ospedale perché di solito Chilton distruggeva qualunque cosa venisse prodotta dai pazzi.
Will lo salutò alzando una mano, in tono mogio
«Dottor Lecter...».
Hannibal sorrise. Amava il modo in cui Will pronunciava quelle parole, quasi saltando la c nel suo cognome. Dottor Letter.
«Will» Chinando la testa, lo psichiatra ricambiò il saluto, poi si avvicinò ad Alana e le passò un braccio intorno alle spalle, chinandosi un po' per farlo: lui era alto un metro e ottanta, lei molto, molto di meno.
La dottoressa Bloom si strinse a lui
«Che cos'è tutta questa confidenza?» scherzò, dandogli un colpetto con il gomito
«Siamo colleghi. E amici»
Will tossì per nascondere un sussurrato “e amanti”. Hannibal non riuscì a sentirlo, ma Alana si e lo fulminò con lo sguardo.
Will fece un sorrisetto malizioso. Hannibal parve preoccuparsi
«Hai preso freddo, Will? Non avrai di nuovo la febbre?»
«La febbre?» con un risolino nervoso, distolse lo sguardo «No, proprio no. Non ho mai avuto problemi con il freddo. Era solo un colpetto di tosse»
«Ha detto “e amanti”» lo denunciò ad alta voce Alana.
Hannibal annuì «Se lo ha detto, lo ha fatto tossendo»
«Si sarà strangolato con la propria saliva» scherzò la dottoressa «Dopotutto può capitare, pensando a noi. O no?»
«Certo che può capitare. A te capita».
Will rise
«Dottoressa! Ma che cosa vengo a sapere dal tuo collega?»
«Soffro di ipersalivazione!» esclamò lei, puntandogli l'indice contro il petto e allontanandosi bruscamente da Hannibal «Può capitare a tutti! È un disturbo autentico, non sbavo sugli uomini!»
«Nessuno lo ha detto»
«Lo stai pensando però»
«Non dico si e non dico no» Will si strinse nelle spalle «Quindi pensi spesso al dottore...»
«A tutti e due» lo corresse Hannibal «Insieme».
Quelle parole parvero colpire Will, e non del tutto positivamente. Con le sopracciglia aggrottate, fissò la faccia ossuta del suo psichiatra... come faceva a sapere cose del genere? Alana gli confidava le proprie fantasie? E perché ora lui glielo diceva? Non gli stava suggerendo qualcosa, giusto?
«Comunque, miei cari amici» Hannibal si scostò un lembo della giacca per estrarre qualcosa da una tasca interna «Ho qui un paio di biglietti per un evento davvero interessante a Wolf Trap, così non dovrai spostarti molto di casa, Will...»
«Intendi il teatro nel bosco?».
Il teatro nel bosco era una delle grandi attrattive di Wolf Trap: la Virginia aveva meravigliose, maestose, foreste e un'associazione culturale aveva deciso che sarebbe stata un'ottima idea mettere in scena rappresentazioni di ogni genere all'aperto. Will partecipava a quel genere di eventi, anzi, a dire il vero erano gli unici eventi organizzati da esseri umani a cui lui partecipasse. Non gli piaceva andare all'opera, con tutti quei tipi snob, e non gli piaceva il cinema, con il suo buio claustrofobico e il volume troppo alto, però qualunque cosa fosse messa in scena sotto un tetto di rami, con il vento fresco ad accarezzarti la faccia e la possibilità di scappare via in qualunque momento, valeva la pena di essere visto.
Alana sollevò un sopracciglio
«Nel bosco?»
«Si» Spiegò Will «A Wolf Trap mettono in scena storie all'aperto. In mezzo ai boschi. È davvero fantastico. Una volta ho visto “Sogno di una Notte di Mezza Estate”. Ha tutto un altro fascino se l'ambientazione è autentica e non fatta di cartone»
«Non nutro alcun dubbio al riguardo. E quindi quando si va?»
«Mercoledì, alle quattro e mezza. Ho un biglietto anch'io».
Hannibal sventolò i pezzi di carta che aveva in mano
«Allora ne abbiamo uno in più» constatò «Chi invitiamo? Jack Crawford? Chilton?»
«Perchè non inviti la tua terapista, Bedelia?» domandò con un sogghigno Alana
«Per favore... non verrebbe mai. Sedersi accanto a Will, magari in un bosco? Avrebbe paura di essere assassinata» Hannibal roteò gli occhi «O peggio. Di essere morsa dalle zanzare».
I due psichiatri risero, mentre Will pensava a come chiedere con gentilezza di non invitare Jack Crawford. Almeno lì non voleva dietro il suo capo.
«Invitiamo Marta?» Domandò Alana.
Will sospirò lievemente di sollievo: magari non avrebbe dovuto chiederlo perché avrebbero invitato qualcun'altro.
«No!» Rispose Hannibal, seccamente
«Perché no?»
«Dialetto e alito alla birra? No, grazie»
«Allora invitiamo Jack Crawford?»
«Jack Crawford è una grande idea. Gli offriremo un pegno di gratitudine per il lavoro che fa per noi»
«Anche se non se lo merita» concluse Alana, annuendo convinta.
Nononononono”. Will si sentì sprofondare, il che era piuttosto inquietante visto che posava i piedi su un solido pavimento di marmo verde.
«Ehm» Provò «Potrebbe essere una buona idea, ma magari dovremmo offrire il posto a qualcuno che è interessato. Non ho mai visto Jack come un fan del teatro».
Hannibal lo guardò con un micro sorriso, ma era indubbiamente divertito.
«Beh, non lo sappiamo perché non ne parliamo granché con lui» disse Alana pensierosa «Ma in effetti piuttosto che a casaccio dovremmo pensare a qualcuno che...»
«Invitate me!» Esclamò Frederick Chilton, a voce più alta di quanto avesse voluto.
I tre fecero istintivamente un passo indietro. Non tanto perché qualcuno avesse gridato all'improvviso, era più un effetto della voce del dottore.
«E tu da dove spunti fuori?» Chiese Will, aggrottando le sopracciglia
«Questo è il mio Istituto, è normale che io sia qui. Io so tutto ciò che succede qui».
Will occhieggiò verso il grosso cartello che avvertiva di trovarsi al “Baltimore State Hospital for the Criminally Insane”. Era grande abbastanza da nasconderlo, quindi probabilmente era stato là dietro.
Alana pensò che Chilton non aveva idea di cosa succedesse nel suo Istituto, ma gentilmente evitò di farlo presente.
«Comunque, invitate me. Io sono interessato, sono un vostro amico, e voi avete un biglietto in più» Elencò allegramente bello dritto di fierezza, con un fastidioso tono di superiorità.
«Non sei mio amico» Disse Will.
Chilton si sgonfiò e si allontanò.
«Okay, allora. Hannibal, tu conosci molte persone che apprezzano il teatro, vero?» Proseguì Alana, riafferrando con abilità il filo del discorso
«Vero» Confermò il dottor Lecter «Ma avrei preferito invitare un amico comune, o almeno non un perfetto sconosciuto, di modo che tutti potessimo apprezzare maggiormente l'esperienza»
«La signora Komeda?»
«Pretenderebbe di essere invitata a casa per una cena. Non sono pronto all'evenienza».
Will trovò peculiare che quello che preoccupava Hannibal non erano gli auto-inviti a casa sua dei suoi conoscenti, ma di non poter allestire cena e spettacolo da cinque stelle per loro. Tutto sommato, non era una caratteristica da disprezzare (ne aveva beneficiato troppo per lamentarsi).
«Che amici abbiamo in comune con Will? Torniamo a Jack?»
«No, davvero, non c'è bisogno di sprecare quel biglietto per mettermi» “A disagio” «A mio agio. Scegliete pure tra voi, il biglietto è vostro».
Alana annuì e incrociò le braccia, pensierosa «Okay, ma spero che non dovremo davvero finire per invitare Chilton».
Hannibal prese a camminare
«Proviamo un attimo a schiarirci le idee camminando» propose serio, mentre i due amici lo seguivano «Jack lo conosciamo tutti ed è un buon amico»
«Tranne per il fatto che ti sospetta di essere un killer e continua ad indagarti» lo interruppe Alana
«Quello lo faceva anche Will, ma è un buon amico lo stesso»
«In effetti non pretendo di capire come mai ti fai massacrare dai tuoi amici» la dottoressa Bloom alzò le mani «E poi pensi lo stesso che ti vogliano bene. Per me sei masochista»
«Se lo dici tu. Allora, Jack è un buon amico, ma non ha mai mostrato interesse attivo per il teatro. Preferisce le cene ad effetto e il buon vino. Quindi mettiamo un istante da parte il suo nome, magari lo scegliamo alla fine. Poi ci sono Zeller e Price. Jimmy Price ama il teatro»
«È vero» disse in fretta Will, anche se in realtà non lo sapeva «Potremmo invitare lui. Lo conosciamo tutti e tre e gli piace anche il teatro»
«Si, ma personalmente non ci tengo» il dottore Lecter si strinse nelle spalle, molto più a suo agio rispetto a Will nel dire che non gli piaceva una persona «Siamo usciti insieme una volta e non è finita bene. Non credo che potrebbe mai finire bene. Parliamo di Zeller... qualcuno sa se gli piace il teatro?»
«Gli piacciono i supereroi» rispose Alana «E i film della Marvel. Però una volta gli ho sentito dire che il teatro è da gay. E Jimmy gli ha risposto che a lui piaceva il teatro»
«Ma Jimmy è gay»
«Lo so, Hannibal. Quindi entrambi si sono messi d'accordo sul fatto che il teatro è roba da gay. Non credo che Zeller verrebbe».
Will si imbronciò
«A me piace il teatro» dichiarò
«Nessuno ha detto che Jimmy e Brian abbiano detto una cosa vera» Alana gli diede una pacca amichevole sulla spalla «Tranquillo, noi crediamo che anche un vero macho man come sei tu abbia il diritto di guardare Amleto morire atrocemente insieme a tutta la corte»
«Grazie. Sai sempre come farmi sentire meglio».
Hannibal tirò fuori il telefono, un I-phone con la cover decorata da un elaborato disegno paisley come la sua cravatta, e prese a scorrere con il pollice i nomi nella sua rubrica.
«C'è il dottor Perfect» Disse «A lui piace tutto, figuratevi se non gli piace il teatro»
«Invitiamo lui?» chiese speranzoso Will «Non fa niente se non lo conosco, mi va bene lo stesso»
«Però credo che mi abbia detto che mercoledì ha un impegno. Credo che suo nipote faccia il compleanno, ma potrei mandargli un messaggio subito. Magari scopro che ricordo male la data»
«Fallo, fallo ora e leviamoci il pensiero» lo esortò Alana, continuando poi, mentre il collega digitava velocemente un SMS «Però ci sarebbe anche il dottor Sutcliffe, quello che...»
«È morto l'anno scorso» la interruppe Will «Non ti ricordi? Qualcuno gli ha aperto la testa a metà con delle forbici, prolungando gli angoli della bocca tipo ghigno orribile»
«Oh. A volte è davvero scioccante ricordarsi quanta gente che conosciamo muore atrocemente»
«Già» Will strinse i denti, sentendo i muscoli della parete addominale irrigidirsi per il dolore e l'ansia «Io avrei invitato Beverly Katz, se il Chesapeake Ripper non l'avesse letteralmente tagliata a fette».
Lo squartatore di Chesapeake era Hannibal, e Will lo sapeva, ma il dottor Lecter fece finta di non aver udito assolutamente quell'ultima provocazione e si rimise in tasca lo smartphone
«Fatto. Ora dobbiamo solo aspettare che ci risponda. Potremmo invitare...» fece una piccola pausa, indeciso «No. È morta anche lei. Avete ragione, è davvero scioccante ricordare quanti nostri amici non sono più con noi. È come se intorno a noi e solo intorno a noi fosse distesa una cappa di morte. Io stesso sono quasi morto meno di un mese fa» fissò lo sguardo di fronte a sé e la sua voce, solo per un brevissimo istante, parve tremare «Baltimora è un posto oscuro, un pozzo senza fondo. Affascinante e terribile. E le nostre vite sono continuamente sconvolte, rimescolate, come un mazzo di carte».
Il telefono di Hannibal emise un delicato trillo: il dottor Ken Perfect aveva risposto al messaggio e a quanto pare non poteva venire per via del compleanno di suo nipote.
«Oddio» Disse Will scocciato.
Era la prima divinità che gli era venuta in mente al nuovo sopraggiungere della piccola figura del Dottor Chilton, che camminava deciso verso di loro nonostante il bastone.
«Qualcun altro ha accettato il posto, ci dispiace Frederick» Cercò immediatamente di stopparlo Will «Non possiamo più invitarti».
«Non sono qui per questo» Ribatté Chilton stizzito «Ma per farvi presente che la dottoressa Bloom è in orario di lavoro, e quindi dovrebbe stare alla struttura e lavorare invece di stare con voi» si fermò piazzandosi con le mani sui fianchi, cercando di nascondere l'affanno.
«Ha ragione. Ci vediamo ragazzi, fatemi sapere chi avete scelto di invitare» Sorrise Alana, inclinando un po' la testa imbarazzata e salutando con la mano prima di avvicinarsi al dottor Chilton.
«Comunque» Aggiunse lui «Penso proprio che avreste dovuto invitarmi, e che perderete molto se non lo fate».
I due uomini lo guardarono con un buffo misto di sentimenti che poteva essere interpretato come “No”. Chilton tossicchiò e accompagnò la dottoressa Bloom indietro alla struttura.
«Ma alla fine, chi è il tuo ragazzo?»
«Il Folle Teo»
«Hm, non è molto professionale».
«Sembra che ancora una volta l'avventura sia mia e tua oggi Will» Disse Hannibal, volgendosi nuovamente verso il suo paziente.
Will annuì, tenendo per sé cosa pensava delle loro avventure insieme e sprofondando le mani ruvide in tasca. «Quindi niente Mr. Perfect?»
«Temo di no»
«Sai bene che il numero di persone che conosco è piuttosto limitato» Ammise Graham mentre ricominciavano a passeggiare l'uno di fianco all'altro.
Hannibal aveva le gambe lunghe, da ballerino e ondeggiava un po' ad ogni passo. Will evitò di guardare l'ondeggiare ipnotico dei fianchi dello psichiatra perché gli sembrava inappropriato.
«Mi è parso di capire che non vuoi che Jack si unisca alla nostra compagnia».
Will gli gettò un'occhiata, poi distolse lo sguardo e annuì. Per qualche motivo non importava più di tanto che Hannibal se ne fosse accorto, d'altronde era improbabile che non lo facesse.
«Preferisco non averlo con noi, no».
Il dottor Lecter lo guardò con uno scintillio divertito negli occhi, aspettando che Will continuasse.
«L'atteggiamento di Jack probabilmente mi impedirebbe di godermi il pomeriggio. Oltre al fatto che non sono familiare con lui, che non è interessato al teatro, che di sottintesi e simbolismi non ne capisce niente, sarebbe un costante promemoria di quello che è successo negli ultimi mesi»
«Hai difficoltà a parlarne, Will?»
«No. È solo che è difficile da rendere in breve, quindi ho definito solo i contorni temporali della nostra vicenda»
«Torniamo al nostro quarto ospite, tralasciando Jack perché hai esposto una serie di motivi validi. Pensavo di invitare una mia paziente, ho due candidate attualmente in mente»
«Non le conosco, giusto?»
«Temo di no. E neppure Alana, ma se non vuoi Jack, dubito che tu voglia vedere la rappresentazione attorniato da psichiatri»
«In effetti...»
«Vediamo se sono disponibili» Sorrise Hannibal, col suo bravo I-phone.
Mandò un messaggino alla prima paziente.
Dato che quella di riserva si faceva chiamare “Pittrice” e viveva praticamente appollaiata a disegnare farfalle morte in tutti i modi possibili sulla poltrona del suo studio, sarebbe stato forse meglio per tutti se la prima paziente, Margot, fosse stata disponibile.
Anche se lui probabilmente si sarebbe molto divertito a portare Pittrice con loro a teatro.
Così il dottor Lecter compose il numero di Margot Verger, che sapeva a memoria, e si portò l'I-phone all'orecchio. Dopo alcuni squilli, una voce femminile parecchio annoiata rispose
«Pronto?»
«Pronto. Margot, sono il dottor Lecter»
«Dottore!» la voce della donna si animò appena «Non mi dica, per favore, che il nostro appuntamento salta. Ho bisogno di parlare, ho proprio proprio bisogno di parlarle»
«No, Margot, il nostro appuntamento è sempre alla stessa ora. Ti ho chiamata per invitarti a teatro»
«Ah. A teatro? Solo noi due?»
«No. Con due amici» fece una breve pausa ad effetto «Una dei due è Alana Bloom»
«Alana Bloom?!» il volume della voce della paziente si alzò così tanto da distorcere il suono che uscì dal telefono «Si, d'accordo! Quando devo venire?»
«Mercoledì alle quattro e mezza. Posso passarti a prendere io, se vuoi, alle due e mezza»
«Alle due e mezza? E dove dobbiamo andare ad imboscarci, doc?»
«A Wolf Trap, in Virginia»
«Virginia ancora per poco, doc! Arriviamo noi, attenti tutti! Si, vengo volentieri. Lei è un tesoro prezioso e vorrei che fosse mio fratello, ma è solo il mio terapista»
«Troppo gentile, mia cara. Allora a mercoledì?»
«A mercoledì. Andiamo a comandare, doc! Saremo i più belli in sala»
«Sarà all'aperto, non in sala, a proposito»
«Ah. Grazie, così almeno mi prendo una sciarpa e qualcosa di più pesante».
Un suono stridulo coprì il resto delle parole di Margot. Hannibal si accigliò
«Che succede? Mi senti? Che cosa è successo?»
«Doc, devo andare» rispose con urgenza la ragazza «Mio fratello si è schiantato con un carrello della spesa e sta urlando, non credo che potremo continuare questa conversazione»
«Hai proprio bisogno di vedermi al più presto» sospirò Hannibal «D'accordo. Ci rivediamo al più presto, Margot»
«Arrivederci, dottor Lecter».
Hannibal si rimise in tasca l'I-phone, poi fece un passo indietro per affiancarsi a Will, che era rimasto discosto
«Tutto a posto, William: abbiamo trovato la nostra quarta persona. Credo che potreste anche diventare amici»
«Non amo troppo socializzare» disse tagliente Will «Ma facciamo finta che questa possibilità esista»
«Certo. Fa pure finta, visto che sei così bravo» ironizzò Hannibal, così sottilmente da essere quasi impossibile il discernere il tono di scherno «Magari potresti persino diventare suo amico per finta».
Nei mesi precedenti, Will aveva ingannato praticamente tutti riguardo alle sue vere intenzioni, ma inspiegabilmente tutti lo avevano perdonato; Hannibal era ovviamente compreso nel novero di persone che erano state lese dagli inganni di Graham, ma lo frequentavano ancora come se fosse un buon amico. Non poteva di certo sottrarsene, una volta che lui stesso manipolava regolarmente le persone intorno a lui e che era divertito dall'unica persona capace di giocare con lui a quello strano gioco del gatto e del topo a sorti inverse, in cui il felino e il roditore continuavano a scambiarsi di posto di continuo e a cercare di azzannarsi, ferendosi forse, ma mai mortalmente.
Almeno finché il giorno non sarebbe arrivato.
Will parve leggergli nel pensiero, perché lo fissò dritto negli occhi. E lui non fissava mai la gente negli occhi, tranne che non volesse ucciderli.
«Immagino che ora dovremo fare sapere alla dottoressa Bloom la nostra scelta» Disse Hannibal, serio «Altrimenti potrebbe invitare qualcuna delle sue amiche. Magari una sempre ubriaca che cercherebbe di infilare la sua lingua al sapore di alcol fra le tue deliziose labbra da cherubino, Will».
Graham evitò di rabbrividire per non dare mostra di debolezza, ma gli faceva sempre una gran impressione quando il suo psichiatra gli faceva quel genere di complimento. Sembrava quasi che volesse essere lui ad assaggiare le sue “deliziose labbra da cherubino”.
Che poi” Pensò Will “Io sono brutto. Mi vedi delizioso e carino solo tu, le amiche di Alana non mi si filano neanche di striscio. Nessuna donna mi si fila neanche di striscio, tranne forse Alana. Però lo fa per pietà e non vuole uscire con me, quello che gli piace sei tu”.
I due tornarono indietro per parlare con Alana, ma Frederick Chilton gli si parò davanti a gambe larghe e gli intimò di andare via.
«Perchè mai, Frederick?» Hannibal si infilò le mani in tasca con un gesto consapevolmente elegante «Vogliamo solo riferire una piccola informazione alla dottoressa Bloom»
«Datela a me! Gliela consegnerò io»
«E se fosse una cosa molto personale?»
«Non dovrebbe essere disturbata sul lavoro per una cosa molto personale. O perlomeno non per una cosa che IO» si indicò il mento «Non posso sapere. Io sono il signore e padrone di questi luoghi e quindi sarò io a portarle il messaggio, dottor Lecter»
«D'accordo» con l'espressione più neutra che gli riuscì, Hannibal comunicò «Per favore, Frederick, le dica che per quella cosa a quattro abbiamo trovato il quarto. Che è una donna molto affascinante, la mia paziente Margot Verger. Sarà certamente una serata divertente per noi»
«Io... glielo dirò» disse Chilton, arrossendo sulla punta delle orecchie e dell'imponente naso.
Quando furono fuori, poco prima che Hannibal salisse in macchina, Will ridacchiò
«Glielo fai proprio apposta, vero?»
«Si» rispose lo psichiatra «Ma non credevo proprio che si dimenticasse che stavamo parlando di biglietti per il teatro»
«Chilton ha la mente sporca, dottor Letter. Pensa quello che vuole pensare, vede quello che vuole vedere. E tu lo intrappoli così... lo fai apposta»
«Forse. O forse no».
Will si concesse un sorriso. Certo era un assassino, ma trovava sempre il modo di farlo divertire.








martedì 4 ottobre 2016

La risonanza - Capitolo 1

Capitolo 1 - Organizzare l'evento

La dottoressa Alana Bloom dormiva tranquillamente nel suo letto quando ricevette una telefonata da un infermiere: uno dei pazienti continuava ad urlare ossessivamente il nome di una persona che lei conosceva e non c'era modo di calmarlo, le avevano provate tutte. Gli si sarebbe potuto dare un sedativo, ma la dottoressa Bloom era contraria all'uso indiscriminato dei medicinali, qualora ci fosse un'altra possibilità.
«Passamelo al telefono» Disse lei, mettendosi a sedere fra le lenzuola decorate a fiori che sapevano di ammorbidente alla fragola.
Eccetto per un fioco barlume di luna che filtrava dalla finestra socchiusa, Alana non vedeva quasi nulla nel buio della stanza, ma anche lì, nel suo ben poco professionale pigiama rosa, era pronta a prendere in mano le redini della situazione.


L'infermiere fece un piccolo colpo di tosse, poi andò a prendere Teo. Man mano che si avvicinavano all'apprecchio telefonico, Alana poteva distinguere sempre più chiaramente le sue urla
«WIIIIIIIIIIILL GRAHAM! WIIIIIIILL GRAHAM! WIIIIILL GRAHAM!».
Aggrottò le sopracciglia, un po' confusa: era certa che Teo non avesse mai incontrato Will Graham di persona e che non fosse proprio il genere di paziente che si interessava alla criminologia.
Quando Teo le parlò attraverso l'apparecchio, la sua voce era diventata un po' roca per colpa di tutto quel gridare
«Dottoressa Bloom. Che carina a voler parlare con me all'una di notte!»
«Che succede, Teo?» domandò lei, gentile e assonnata

«Oh, mi scusi, l'ho svegliata?»
«No, Teo, è stato l'infermiere a chiamarmi. Perchè non stai tranquillo, stasera e fai dormire un po' anche quel poverino?»
«Ho bisogno di una cosa, dottoressa» rispose il paziente, in tono sicuro
«Dimmi pure, Teo. Di cosa hai bisogno?»
«Di Will Graham. C'è la possibilità di organizzare un incontro con lui, in qualche modo?»
«Uhm...» Alana esitò, trattenendo un piccolo sbadiglio «Certo, si, in teoria è possibile, ma perché mai vuoi incontrarlo? Voglio dire, non è un musicista. E non ha parti del corpo strane. Almeno da quello che ho visto, ma non credo»
«No, no. Voglio proporgli un affare» Teo sorrise, così radiante che la dottoressa Bloom riuscì a intuire quel sorriso anche se si trovava dall'altra parte della città
«Beh, Will vive a Wolf Trap, ora non possiamo chiamarlo, quindi posso tornare a dormire e puoi tornare a dormire anche tu?»
«Certamente» rispose servile Teo «Buona notte dottoressa. Faccia sogni deliziosi e pensi di me, la prego. Sarò meno molesto nei suoi sogni»
«Ne sono certa» rispose con un fil di voce lei «Buona notte, Teo. Sogni d'oro».
Fu lei la prima a riattaccare, posò il cordless sul comodino, si riavvolse nel suo lenzuolo e riprese a dormire come se nulla fosse accaduto. Aveva perso il conto di quante volte gli infermieri la avevano chiamata nel cuore della notte per dirle che Teo stava combinando qualche disastro che solo lei poteva fermare. Fra l'altro, anche volendo, Teo aveva una particolare resistenza ai sedativi, forse perché gliene avevano fatti assumere a forza così tanti che il suo corpo li reputava ormai del tutto normali.
Teo sospirò
«Ah, la dottoressa è così gentile e intelligente»
L'infermiere strappò via la cornetta dalle mani di Teo e la rimise a posto in fretta «Vedi che devi sempre disturbare la dottoressa mentre dorme?»
«Sei stato tu, non sono stato io» lo corresse l'altro, puntandogli contro un dito «E la dottoressa non è contenta di te. Ti ha chiamato “poverino”. E tu non sei gentile e neanche sembri intelligente, a dirla tutta. Altrimenti perché saresti chiuso con me qui dentro, mentre lei dorme?»
«Cosa? Tu sei sciroccato. Altrimenti non saresti chiuso qui dentro di giorno e pure di notte, bello»
«Io non sono “sciroccato”. Sono folle, è completamente diverso. E si, sono anche bello»
«Si, si, come vuoi tu» seccato, l'infermiere prese a sospingere Teo verso la sua cella «E ora è il momento di tornare a fare la nanna, pazzo»
«Non pazzo, folle» lo corresse ancora quello «C'è una bella differenza»
«Non ricominciare»
«Comunque tu sei poco professionale. Se ora volessi ucciderti e scappare potrei farlo tranquillamente. Non hai preso le precauzioni necessarie»
«Ho una siringa piena di sonnifero. Te la sparo nella giugulare se continui a parlare».
Teo rimase in silenzio: non aveva intenzione di fare del male all'infermiere, ma se l'avesse voluto sarebbe stato piuttosto facile sopraffarlo in quanto Ernest Pepper, ovvero l'infermiere irascibile, era di quasi dieci centimetri più basso del prigioniero e, sebbene fosse tarchiato e abbastanza forte, di sicuro non conosceva alcuna arte marziale. Inoltre non era pazzo e non usava i denti come arma, che era un bello svantaggio quando dovevi confrontarti con il Folle Teo, un metro e ottantasette di massa magra e atletica e insanità mentale senza niente da perdere visto che viveva già in una cella spoglia e non aveva famiglia, amici o anche solo un animale domestico.
O almeno era quello che tutti sapevano di lui: il suo vero nome, il suo paese di origine, il suo cognome e se avesse o meno una famiglia erano tutti dati sconosciuti.
Ernest condusse alla sua cella Teo, che si fece rinchiudere docilmente. Dopotutto, se fosse fuggito non avrebbe avuto occasione di incontrare la sua seconda voce, giusto? La dottoressa Bloom di solito manteneva le sue promesse, anche se per farlo avrebbe dovuto prima parlare con il gestore della struttura, l'incapace direttore, il dottor Frederick Chilton... ma anche quello non era un problema: Chilton capitolava sempre a qualunque richiesta della dottoressa, affascinato da lei e disperatamente alla ricerca di approvazione.
Finalmente, il folle Teo si sdraiò sulla vecchia brandina grigia e si concesse di riposare. Chiuse gli occhi, concentrandosi solo per un attimo sullo sfregamento dei bulbi oculari dietro le palpebre, e si poggiò entrambe le mani sopra lo stomaco. Il calore del proprio corpo era rassicurante per lui come una coperta calda, come l'abbraccio di un amico, e pian piano si assopì pensando a quant'era bello essere reale e forte e giovane e intelligente. Niente al mondo, pensò, poteva fargli del male. Tranne la morte del mondo stesso, lo sgretolamento del cielo e della terra e della realtà che un giorno sarebbe collassata intorno al suo corpo.
Doveva impedirlo.

L'indomani mattina, il sole era offuscato da qualche nube di passaggio, ma in generale era una bella giornata. Il clima era mite, il vento quasi assente, e i canonici uccellini cantavano.
Alle otto i degenti dell'ospedale psichiatrico di Baltimora iniziarono a rientrare accompagnati dagli agenti di polizia e dagli infermieri. Teo ne fu molto seccato e si sentì in dovere di annunciare all'intera struttura e ad ogni persona che passasse incautamente di fronte alla sua cella che si stava molto, molto meglio quando non c'erano pazzi che urlavano e schiamazzavano in giro.
Al suo commento, un paio degli infermieri ridacchiarono fra loro.
«A chi lo dici».
Con il ritorno del bestiame, decise Teo, le cose diventavano sempre più complicate.
C'erano pochi vantaggi in una folla. Troppo rumore, nessun suono controllato. Qualunque cosa interessante veniva coperta come una scritta sulla sabbia viene cancellata dal mare. Le folle erano buone solo per confondersi, ma non era sicuro di voler essere scambiato per l'idiota della cella accanto che quando contava si fermava solo a cinque, qualunque fosse il suo trauma, o quello che parlava solo del curioso aspetto delle feci umane.
Non che fosse neppure un esperto. Descriveva solo quello che aveva visto senza curarsi di approfondire; era uno sputo in faccia alla curiosità: come un colpo genera onde di suono che si propagano, la curiosità non dovrebbe forse spingerti a sperimentare, capire, apprendere?
E poi gli psichiatri gli chiedevano perché valutasse tanto poco la vita umana.
Se mettevano pazzi e folli nello stesso posto e li cercavano di curare allo stesso modo, non c'era da stupirsi che rimanessero tutti pazzi e folli. Non che lui volesse guarire: non c'era motivo di peggiorare.
Anzi, pensava seriamente di farsi avere una promozione in un modo o nell'altro... Quando la sua curiosità nasceva dalla necessità di solito lo portava ad ottenere qualunque cosa volesse. Un vero peccato non avere la possibilità di mettere le mani sulla propria collezione in quel momento...
«Ehi! Ehi!» Urlò «Il Folle Teoeoeoeo ha da fare un annuncio!»
«Quand'è che non ne hai?» Sbuffò l'ultimo infermiere della fila
«Non mi interessa la tua frustrazione lavorativa, ascoltami. Voglio che Frederick Chilton mi psicoanalizzi. Credo che la mia mente straordinaria oggi sia più facile da leggere, e visto tutto ciò che fa per noi, voglio proprio vederlo famoso!».
L'infermiere lo guardò come se fosse pazzo, la quale è una cosa stranamente rara in un istituto di igiene mentale. Forse perché altrimenti avremmo tutti una sola espressione, dedusse Teo, il che limiterebbe le capacità comunicative di tutti.
Il pensiero lo divertì.
L'uomo passò oltre. Il sorriso di Teo si rimpicciolì lasciando affiorare un'espressione di disappunto.
Doveva essere quello nuovo.
Un certo argomento o parola di rilevanza per una persona può essere definito “trigger”, grilletto, se scatena una forte reazione nell'individuo stesso.
Sia dia il caso che una delle differenze tra un “folle” e un “pazzo” che nessuno riusciva a ricordare nonostante lui cercasse di rendere un po' edotta la popolazione da quando era arrivato all'Istituto, era che mentre un pazzo si fissava su un certo argomento a cui era sensibile e si offuscava gli occhi con una visione della vita che non poteva condividere con nessun altro, un folle era vigile, attento, e poteva fare tesoro di ogni informazione che lo circondava.
Ed era per questo che Teo conosceva abbastanza trigger dei suoi colleghi da fare finire nella cella imbottita anche un po' di personale.
«Gesù non è ancora venuto! Vero? E quando viene Gesù?» Strillò attraverso le sbarre, attaccandocisi saldamente
«Quando viene Gisù?!» rispose quasi immediatamente una voce chioccia. Occhi incavati, ma spalancati nel buio, scompigliato. Il chiaro ritratto di un pazzo, pensò Teo.
«Eh, perché non ce lo dicono, quando viene Gesù?!» Urlò il folle per incoraggiarlo ad alzare il volume.
In breve, i due stavano gridando come dei pulcini di rondone affamati il nome di Cristo con tanta frequenza da sembrare che stessero bestemmiando. Un altro pazzo si era unito a loro ululando sconnessamente. Che bella festa, pensò Teo allegro.
«Quanti alberi? Uno due tre quattro!» Gridò al vicino di cella
«Cinque!»
«E poi Sammy?»
«Cinque!»
«Cinque!»
«Cinque!».
Entrò affannata un'infermiera robusta, di colore. Lo guardò con rimprovero, come un bambino che ha gettato i propri broccoli sul muro.
«Non ho toccato i miei broccoli» Assicurò serafico Teo. Era contento: questa non era nuova, e sapeva come andavano le cose.
«Cinque!» «Gisù, dove sei?!» «Aooohou!».
«Perché devi fare così?» Gli chiese con disappunto, inclinando un po' la testa e incrociando le braccia. Teo aveva quasi paura di prendere uno schiaffo.
«Perché quello nuovo è un infermiere di cacca che puzza» Disse, risvegliando l'interesse del matto (fortunatamente) almeno tre celle più in là «Non ascolta i bisogni dei pazienti. Se voi non mi faceste aspettare, io sarei buonino e tranquillo».
Denise, perché così si chiamava l'infermiera, cercò di annuire seria. L'espressione che le venne fuori era molto più grave di quanto aveva pianificato; forse perché pensava a quando avevano provato ad ignorare Teo ed era riuscito a risvegliare i comportamenti ossessivi di tutto il suo piano: l'inferno in terra. Non era ammissibile dover sedare metà dell'Istituto perché Teo voleva dare un bacino sulla guancia della Dottoressa Bloom o in alternativa una chitarrina giocattolo. Per dire.
«D'accordo Teo. Cosa vuoi?» Chiese paziente, anche se in tono di ammonimento
«Voglio essere psicoanalizzato da Frederick e farlo diventare famoso».
Beh, era l'unico degli psichiatri che avevano cercato senza successo di analizzarlo che non aveva mai chiamato “dottore”, ma almeno non era diventato “Frederick di cacca che puzza”.
«Vedo che posso fare» Accordò Denise, e Teo batté le mani deliziato. Poi gli piacque il suono che le sue mani facevano e cercò di farci una musichetta. Non appena Denise fu uscita, decise di calmare i colleghi internati.
«Gesù ha detto che arriva domani» Disse ad Sammy
«Basta, non ci sono più alberi» disse ad Albero Cinque.
Quello che ululava bastava lasciarlo stare, poi si scaricava. All'ultimo lo guardò disgustato.
Dopo un attimo di esitazione, disse «Siamo tutti stitici» e si sedette soddisfatto sul suo materassino.
Dopo circa venti minuti, l'infermiera ricomparve e guardò soddisfatta i pazzi che si erano calmati, poi lanciò un'occhiata a Teo
«Il Dottor Chilton sta arrivando» gli annunciò «Ha detto di essere interessato a quello che hai da dirgli»
«Nah. È solo interessato a diventare famoso» rispose Teo, però sorridendo «Ma va ba bene lo stesso. Grazie tante, Denise!»

«Dovere, Teo» sospirò lei, scomparendo di nuovo fuori dal corridoio.
Tutte le luci furono accese, perché quando arrivava il direttore ci si doveva vedere bene in faccia gli uni con gli altri, ma soprattutto perché l'ultima volta che il dottor Chilton era venuto laggiù senza un'adeguata luminosità non aveva visto un escremento che qualcuno aveva lanciato fuori dalla cella e ci era inciampato cadendo rumorosamente di schiena e rovinandosi sia le scarpe che il gambale destro dei pantaloni nuovi.
Finalmente lo psichiatra comparve: era piccolo, arrivava poco sopra il fianco di Teo, e camminava con un bastone di metallo color argento. Aveva i capelli castani scuri, quasi neri, pettinati come un'onda con la linea a sinistra e occhi verde-azzurrognoli che scrutavano il corridoio come se si aspettassero di vedere qualcosa di davvero bruttissimo.
«Oh no! Guardi dove ha messo i piedi!» Gridò Teo, indicando le scarpe del dottore per divertimento
«Dove?!» strillò Chilton, facendo un passo indietro che poteva quasi essere un salto
«Sul pavimento» sbuffò il folle «Dove potrebbe aver mai messo i piedi?».
La faccia di Frederick Chilton divenne rossa quasi quanto la sua cravatta
«Che cosa vuoi, Teo?»
«Che mi psicanalizzi. Sei pronto oppure vuoi riprovare a prendere la laurea di psicologia? Secondo me rinfrescarti la memoria ti aiuterebbe un pochino. Anche se in effetti se tu dovessi ristudiare tutto il corso universitario prima di intervistarmi stamattina, perderemmo così tanto tempo che magari dopo sarei scocciato e non vorrei affatto farmi psicanalizzare, quindi va benissimo così, prendi una sedia e siediti pure»
«Non ho bisogno del tuo permesso!» sbottò l'ometto «Questo è il mio ospedale, posso farci quello che voglio»
«Si, come no» Teo sorrise «Il tuo ospedale, Frederick. E io sono uno dei tuoi folli, quindi perché non prendi una bella sedia e mi fai vedere chi comanda qui?»
«È esattamente quello che farò» rispose il dottore, pur riuscendo a cogliere distintamente la sfumatura di sarcasmo nella sua voce.

L'infermiere nuovo portò una pesante sedia (le sedie su cui si sedeva Frederick erano sempre enormi e pesanti, come in una specie di complesso di Napoleone che però coinvolgeva solo le sedie) e il dottore si sedette, incrociando le mani sopra il pomolo del suo bastone. Anelli d'oro piuttosto grossi scintillarono alle sue dita.

«Puoi batterli contro le sbarre della cella?» Chiese Teo, indicando i monili
«No» rispose rapidamente Chilton
«Perchè no? Voglio solo sentire come suonano!»
«No, vuoi rubarli»
«Rubarli, pfftt» Teo roteò gli occhi «Certo, come se non ne avessi già dozzine di quelli!»
«Dozzine?» d'improvviso Frederick Chilton si fece attento «Come?»
«Come come? Uguali a quelli. Nel mio tesoro personale. Beh, non proprio uguali, altrimenti saprei che suono fanno. I miei sono meno... meno pataccosi credo sia il termine giusto»
«Dove si trovano?»
«L'ho già detto: nel mio tesoro personale, insieme a tutti gli altri gioielli. E se vuoi sapere che cosa si prova a indossarli e vuoi sapere dove si trovano, forse dovresti provare a psicanalizzarmi per bene» Teo gli fece l'occhiolino.
Frederick si agitò appena sulla sedia, non sapendo più se con psicanalizzare intendessero la stessa cosa e se dovesse sperare che si trattasse proprio della stessa cosa, perché in fondo al suo piccolo animo borioso sentiva che sarebbe stato abbastanza difficile analizzare la mente ermetica e contorta di Teo, mentre sarebbe stato ben più facile fargli altri generi di favori per ottenere quel tesoro... sempre che non stesse mentendo e non ci fosse alcun tesoro.
«Allora? Sto aspettando» Teo si aggrappò alle sbarre «Domandami di mia madre»
«Cosa ricordi di tua madre?» chiese Chilton, con aria professionale
«Che mi voleva bene. Non ho mai avuto problemi con mia madre»
«Mai?»
«Ti sento deluso, Frederick. Volevi proprio che io e mamma litigassimo, così che tu possa avere uno spicciolo appiglio per capire perché sono folle? Indizio: mamma e papà mi volevano bene e non ho niente contro di loro, quindi devi cambiare strada»
«Magari ti soffocavano di attenzioni» borbottò il dottore
«O magari mi lasciavano liberissimo di scegliere quello che voglio ed è per questo che ho fatto tutti i corsi di musica che volevo. Ed è per questo che ho un tesoro. Forse, chi lo sa, mamma e papà erano ricchi»
«E non sarebbero felici di saperti qui dentro, non credi vecchio mio?» Frederick digrignò i denti in una parodia di sorriso «Il rampollo della loro famiglia ricca e felice chiuso per omicidio in un ospedale per pazzi»
«Ingiustamente chiuso in un ospedale per pazzi, ahimè»
«Stai ritrattando la tua posizione? Stai dicendo di non aver ucciso quell'uomo?»
«Non ti eccitare tutto, no, l'ho ucciso io! Solo che, ahimè, sono chiuso in un ospedale per pazzi, ma non sono pazzo, sono folle».
Niente spiragli, zero, per capire cosa l'avesse spinto sul baratro di quella lampante follia. Frederick si vide costretto ad usare l'artiglieria pesante.
«D'accordo» Riprese Chilton, mentre Teo canticchiava l'Inno alla Gioia «Qual è la differenza tra un pazzo e un folle?»
«Oh, Frederick, lo dici al singolare! Tsk, tsk» canticchiò il folle «Vuoi partire da qualcosa che dico sempre? Stai sprecando un'occasione, ma sono sempre felice di spiegarti perché sono ingiustamente chiuso qui. Tra un folle e un pazzo c'è la differenza che c'è tra un uomo che accende una candela profumata avendo le luci elettriche ed un uomo che accende una candela senza sapere di avere l'elettricità e la fissa finché anche l'oscurità non appare bianca sulle sue retine impressionate, la differenza che c'è tra un uomo che cerca di guardare fuori dal finestrino della sua auto di notte e vede il proprio riflesso e uno che sfrutta la propria ombra contro il vetro per vedere il panorama notturno, la differenza tra un uomo che ha cuffie a basso volume e chi ha tappi di cera»
«Ma in parole povere?»
«Non capisci niente. Passiamo a qualcosa di più semplice. Chiedimi cosa penso delle persone intorno a me»
«Cosa pensi delle persone intorno a te?»
«Non lo so di preciso, e vorrei che mi aiutassi a scoprire di più su come relazionarmi con gli esseri umani. È cambiato spesso nel corso della mia vita, e sento che sta succedendo di nuovo»
«Come lo sai?»
«Oh, è successo altre volte, conosco i suoi sintomi. Curiosità, voglia di chiacchierare e farsi psicanalizzare. Sono così ansioso di parlare con la gente e vedere la mia prospettiva nuova che quasi ti voglio bene Frederick».
Il direttore lo guardò aggrottando le sopracciglia.
Gonfiò le guance, guardò altrove, poi disse titubante «E cosa posso fare per aiutarti? Voglio starti vicino in questa riscoperta di te»
Teo sorrise «Certo che lo vuoi. Quello che puoi fare è permettermi di relazionarmi con le persone quando voglio, anche se sotto la tua diretta supervisione. Io conosco tutti qui. Come incontro gente nuova?».
Il dottor Chilton ci pensò seriamente, mentre Teo batteva con le nocche contro le sbarre in modo quasi discreto un motivetto accattivante, forse dalla pubblicità di...? Ma ora non era importante.
Aveva l'unica possibilità di studiare davvero il soggetto Teo. Qui poteva semplicemente notare le differenze tra il comportamento che adottava precedentemente e quello avuto dopo, uno spiraglio aperto, incredibilmente, nella corazza fluida di quella mente deviata. Mai avuto uno psicopatico così.
«E dimmi Teo, che ne pensi dell'Istituto?»
«Mi piace. C'è ancora tanto da scoprire qui, non voglio andarmene. Le uniche pecche sono che c'è poco silenzio e che il nuovo infermiere ne capisce meno di un montone con una laurea scritta su un filo d'erba»
«Credevo che ti piacesse il rumore»
«Mi piace il mio rumore. È una cosa da folle, forse non può capire. Vuole che gliela spieghi?»
«Volentieri Teo, ma magari dopo» si leccò le labbra «Quindi non vuoi fuggire?»
«Oh, se avessi voluto l'avrei già fatto» replicò con un sorriso radioso «Ma lei è piuttosto interessante, credo che la mia mente sia degna di essere esaminata da lei».
Una vampata di orgoglio si accese nel dottore. In effetti, era stato il primo psichiatra da cui avesse esplicitamente chiesto di essere esaminato. Teo lo trovava quasi tenero, così immerso in un auto-compiacimento nato da una bugia, ed era altrettanto compiaciuto.
Continuò con l'Inno alla Gioia, mentre aspettava il responso del dottor Chilton.
«Tu credi di potermi prendere in giro, vero, con tutte queste... lusinghe al mio ego?»
«Certo che posso prenderla in giro. Ma consideri la proposta che aveva in mente, la consideri seriamente. Prenda il suo tempo se ha bisogno, le assicuro che io non vado da nessuna parte».
Le sue dita schioccavano in un motivetto incompleto, quasi sperimentale. Il sorrisone da Gatto del Chesire in qualche modo sembrò convincere Frederick.
«Quindi, cosa succederebbe se io ti offrissi la possibilità di diventare il mio assistente personale?»
«Gasp!» Teo finse di essere sorpreso «A me? Una posizione così importante? E perché mai?»
«Perchè sei il meno pazzo, qui dentro. Cioè, il meno folle volevo dire, dimenticavo che sei un folle. Però poco, il meno folle fra tutti diciamo»
«In realtà sono parecchio folle» lo corresse Teo, socchiudendo gli occhi
«Beh, si, certo. Insomma, non sei come loro, questo si capisce»
«Ma perché non prendi qualcuno qualificato per farti da assistente personale? Insomma, io sono ricoverato qui, tu invece sei il supremo capo, capisci, quello che tira i fili di tutti noi burattini, pazzi o folli che siano, e hai abbastanza soldi da assumere qualcuno qualificato, quindi perché non lo fai?».
Frederick Chilton pensò che non lo faceva perché gli sarebbe piaciuto potersi vantare con gli amici (o meglio, con i conoscenti) di poter tenere sotto controllo uno di quei criminali pazzi e pericolosi abbastanza da farlo servire docilmente nel ruolo di suo assistente, perché gli piaceva che le persone che lo servivano fossero alte (e Teo era alto), perché pensava che offrendogli una carica prestigiosa e ponendolo più in alto rispetto alla media dei reclusi della struttura Teo si sarebbe aperto e confidato con lui e perché non voleva spendere quei soldi per ingaggiare qualcuno qualificato, ma per comprare romanzi erotici, abbonamenti alla tv via cavo e alcolici costosi, ma per non sembrare esattamente ciò che era, Chilton tenne la bocca chiusa e si limitò a fare il sorriso più incoraggiante che gli riuscì.
Teo lasciò andare le sbarre e fece un passo indietro
«Ne sarei onorato» disse «Però no, grazie»
«E perché no?» sbottò Frederick, che era sicuro di avere in mano una carta vincente
«Perché non voglio dover lavorare quando posso stare qui gratis e avere lo stesso quello che voglio. Si, credo di avere già quello che voglio» sollevò le sopracciglia, come per sottolineare un concetto che a Chilton stava sfuggendo «E credo di averlo qui, dove sono. Perché io ho bisogno solo di me stesso. E posso andarmene quando voglio»
«Su questo ti sbagli, Teo. Solida roccia! Sei in una cella di solida roccia e metallo, non puoi spezzarla, non puoi fonderla, non puoi uscire in alcun modo se non hai le chiavi e forse anche se ce le hai!»
«Per via della sorveglianza?»
«Si»
«Guarda questa faccia e ascolta il mio tono, Frederick: sono beffardi. Niente mi trattiene dal fuggire, non l'ho fatto solo perché non ne avevo alcuna intenzione. Un'altra cosa» si passò la mano sul cuore «La nostra adorabile dottoressa Bloom: le ho chiesto un favore. E ovviamente lei ha acconsentito»
«Che cosa?» il tono del dottore era stridulo «Come ha acconsentito?»
«Lo fa sempre. Solo che non lo sai» Teo si strinse nelle spalle «Solo che questa volta c'entri anche tu, quindi, per favore, puoi dirle si quando la vedrai e ti chiederà di portare da me qualcuno?»
«Qualcuno chi?»
«Oh, nessuno che ti debba interessare, Frederick. Non è un pazzo. Forse è un po' folle, ma non è un pazzo»
«Il suo... fidanzatino?» domandò a denti stretti il dottore. Odiava il fatto che la dottoressa Alana Bloom avesse un ragazzo perché così non poteva corteggiarla troppo apertamente. E odiava anche il ragazzo, questo era ovvio.
«Sono fidanzati?» Teo spalancò un po' di più gli occhi «Ah, ma non lo sapevo! Ecco perché a volte parla di lui, non parla molto di altri uomini...»
«Neanche di me?» chiese il dottor Chilton, con una punta di civetteria
«Non posso dirti se parla di te. E neanche che cosa dice di te. Però mi ha detto che hanno mangiato del prosciutto costoso, tipo da ventimila dollari ogni coscia, impressionante, vero?».
Il resto della conversazione, che durò per quasi un'ora e mezza, continuò su questa falsariga: il dottor Chilton che chiedeva informazioni sulla dottoressa Bloom e Teo che lo insultava velatamente e parlava di argomenti non correlati. Alla fine, Chilton si stancò, batté con il bastone sulle sbarre e si alzò
«Basta, mi stai solo facendo perdere tempo!»
«Se qui ci fosse stato uno psichiatra» disse allegro Teo «Non avrebbe pensato che gli stavo facendo perdere tempo. Anzi, probabilmente avrebbe già capito perché sono folle».
Stizzito e senza salutare, Chilton se ne andò via.
Al piano di sopra, incontrò la dottoressa Bloom, che era appena arrivata per visitare il paziente che aveva in cura in quel periodo, l'uomo che contava al massimo fino a cinque e che, con grande fantasia, era da tutti chiamato “Albero Cinque”.
Alana Bloom era radiosa come sempre, al punto che Chilton sentì il bisogno quasi irrefrenabile di avvicinarsi a lei e affondare le dita nei suoi lunghi e folti capelli castani, soffici e leggermente ondulati, e di posarle un bacio da qualche parte, fosse anche la punta del naso. Lei lo salutò con professionalità, senza freddezza né entusiasmo
«Buongiorno, dottor Chilton»
«Dottoressa Bloom» rispose lui, chinando il capo.
La donna lo gratificò con un piccolo sorriso, e il direttore dell'Istituto avrebbe tanto voluto che anche quello non rientrasse nella lista di semplici cortesie che la gente si rivolgeva.
La dottoressa Bloom a sua volta non era una donna molto alta, anzi avevano a disposizione quasi lo stesso numero di centimetri. Era difficile fare un confronto obiettivo, visto che non si erano mai incontrati senza che almeno uno dei due indossasse tacchi.
La donna sembrava intenzionata a passare oltre, ma Chilton la fermò con un piccolo schiarirsi della gola, senza toccarla.
«Deve dirmi qualcosa, dottoressa Bloom?» Chiese l'uomo
«Spero di non essere nei guai» scherzò la donna, con giusto una punta di freddezza
«Mi è stato riferito che ha accettato una... un accordo propostole da uno dei nostri ospiti»
«Dal Folle Teo stesso, vero?» annuì la dottoressa, un filo più cauta
«Quindi, ha intenzione di portare qui qualcuno?»
«Solo con il suo permesso. Ovviamente, la struttura è ancora sotto la sua giurisdizione Frederick» rispose calma la donna, guardandolo da sotto le ciglia nere senza traccia di timore.
Il dottore fu tentato di negarle la possibilità. Prima di tutto perché non aveva alcuna voglia di vedere quell'uomo che girava per il suo Istituto e venire confrontato a lui anche lì dove tecnicamente era il capo. E la voglia di dirle no era ancora più forte perché stava cedendo ad un folle che lo aveva appena rifiutato e di una sua dipendente, ed entrambi lo chiamavano “Frederick”.
«Ma certo» Sorrise, stringendo le dita inanellate sul pomolo del suo bastone.
«Vado a visitare mister Cinque. Credo che avremo visite nel pomeriggio, se il nostro uomo dice di si».
Se il nostro uomo dice di si”. Ugh. Che cosa orribile che lei dicesse “il nostro uomo” di fronte a Frederick, come se non sapesse che lui la corteggiava da sempre, che era infastidito dal fatto che lei avesse un ragazzo e soprattutto che non fosse davvero l'uomo di tutti e due. Frederick non aveva speranze con lei, figuriamoci con il suo uomo.
Il sorriso di cortesia rispuntò su quelle labbra ciliegia e la donna si allontanò.
Frederick ascoltò i tacchi che mitragliavano il pavimento prima di ritirarsi.
Ad ogni modo, non aveva bisogno di un assistente personale.

Alana sapeva che il modo migliore di sottoporre la questione a Will era la sincerità. E poi, non credeva che gliene sarebbe venuto male, in fondo Teo, pur essendo stato rinchiuso per questioni piuttosto gravi, non aveva mai mostrato atteggiamenti puramente violenti verso nessuno del personale.
Era quasi opinione comune che fosse una specie di bambino innocuo, anche se estremamente fastidioso. Per quanto la riguardava, pensava che un po' di cautela verso un assassino psicotico ci stesse sempre.
Così lei compose il numero dell'amico e attese che quello rispondesse. Rispondeva sempre, quando era lei a chiamare, e così fu anche questa volta.
«Pronto?» Disse la voce di Will, un po' roca
«Pronto, ciao Will!»
«Alana! Come mai mi chiami? Sono nei guai?».
Negli ultimi mesi, Will era stato nei guai più volte di quante avesse mai contato nel resto della sua vita e persino Alana si era per breve tempo schierata contro di lui.
«No, non sei nei guai. Come stai?»
«Io...» Will si schiarì la voce «Sto bene, si. Sto bene. E tu?»
«Benissimo, grazie»
«E Hannibal?»
«Non l'ho visto questa mattina e ora sono al lavoro»
«Come mai non l'hai visto?»
«Circostanze. Ma tu non ti fai mai i fatti tuoi, Will?» scherzò lei, ma l'amico entrò immediatamente in modalità difensiva
«Scusami, scusami. Era solo per fare conversazione, lo sai che io non voglio farmi i fatti tuoi, ero solo curioso e volevo sapere se tu e lui...»
«Will! Will, stavo scherzando. Va tutto bene»
«Certo, certo»
«Tutto ok. Volevo chiederti se puoi farmi un favore piccolo piccolo»
«Quello che vuoi» acconsentì l'uomo, prima ancora che lei gli spiegasse cosa voleva.
Alana si sentì un po' troppo fortunata ad ottenere dai maschi (tutti, eccetto uno) quello che voleva senza neanche combattere quel poco che bastava per fare capire che non tutto le veniva regalato.
«Will, c'è un mio paziente che ha l'interessante desiderio di parlare con te. Ti piacerebbe farlo? Insomma, lo so che non ti piace essere sociale, ma questa è una specie di emergenza»
«Un'emergenza?»
«Si. Terrà sveglio tutto l'ospedale se non gli parlerai almeno una volta. È uno di quelli tenaci, ma non temere: sarà innocuo»
«Tutto qui? Devo parlare con uno dei pazienti?»
«Si. Ti posso organizzare un incontro per quando vuoi, ma preferiremmo vederti oggi»
«Si, perché no... tanto vengo a Baltimora ogni giorno per la terapia con il dottor Lecter. Facciamo che oggi vengo un po' prima e incontro questo tuo paziente, poi me ne vado da Hannibal»
«Fantastico. Sei un tesoro... quando non sei un bastardo» aggiunse ridacchiando
«Certo» Will stavolta capì che lei stava scherzando (anche se non troppo) e si concesse di sorridere «Questo e altro per farmi perdonare»
«Guarda che devi farti perdonare da Hannibal, non da me»
«Se mi faccio perdonare da te, per lui è lo stesso. Lo sai»
«Però non è giusto. Vabbè, ne parliamo quando ci vediamo, ok? Chiamami quando arrivi a Baltimora così ci incontriamo»
«Oh, ci incontriamo così, di nascosto? Senza Hannibal? E lui è d'accordo?» domandò malizioso Will

«Finiscila» borbottò divertita la dottoressa Bloom «Lo sai benissimo che lui è d'accordo».
Quando Alana riattaccò, Will si prese la testa fra le mani, affondandosi i pollici nelle guance. Ci sarebbe voluta una forza di volontà ferrea e probabilmente più di un'aspirina per riuscire a entrare di nuovo nell'ospedale psichiatrico senza ridestare ricordi ed emozioni che lo avrebbero tenuto sveglio la notte, ma lo avrebbe fatto senza protestare.
Per lei. Per loro. Per conquistare la loro fiducia fino all'ultima goccia.