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giovedì 1 novembre 2018

Discorsi Fannibaleschi - La simbologia del cervo

Salve a tutti, cari coronati fratelli Fannibals. Siamo qui per presentarvi una nuova rubrica dedicata a noi italiani, visto che è un po’ triste e riduttivo che questo blog gestito da artisti italici sia praticamente tutto scritto in inglese. ;) Questa è la quarta puntata di una “rubrica” che, se avrà successo, potrebbe ottenere un discreto numero di seguaci: si tratta di semplici (ma non troppo) “discussioni” in cui approfondiremo uno o più aspetti della serie tv Hannibal, toccando anche i libri, i film e la cultura popolare. Senza altri indugi, iniziamo subito!

Emanuela Pegurri, copywriter, web editor e Fannibal,& Furiarossa, artista, scrittrice nel gruppo dei Cactus di Fuoco e fondatrice di "Another Hannibal Artblog" presentano:

Discorsi Fannibaleschi#5
La simbologia del cervo


F. Cominciamo con una premessa: il cervo con il suo simbolismo permea la serie da cima a fondo e crea parte della sua irreplicabile atmosfera. Compare nei sogni, compare nei crimini, compare nell'arredamento, è persino importante al livello di trama. Proprio in virtù di questo, l'animale è divenuto una sorta di "logo" per la serie, tanto che viene utilizzato per riassumerla e rappresentarla: il profilo del cervo, i palchi (spesso insanguinati), gli zoccoli, sono cose che si possono spesso scorgere nelle fanart di Hannibal e nei poster ufficiale. Ma come mai è stata fatta questa scelta? Cosa significa davvero il cervo (e i suoi mutamenti) all'interno della serie? Storicamente il cervo è sempre stato un simbolo fortemente religioso, non importa di quale culto stiamo parlando: pagani, ebrei, cattolici, indù, religioni nordiche, tutte hanno in comune il cervo come tramite divino. In Hannibal spesso questa tendenza viene stravolta e il cervo è visto come una sorta di "tramite diabolico" (ricordiamo, Hannibal Lecter stesso è una sorta di Lucifero...). Come mai? E poi... com'è che funziona così bene in un ruolo non suo?



E. La prima volta che ho visto la serie sono rimasta stupita che il cervo - da sempre animale con una forte valenza suggestiva positiva - sia stato interpretato come simbolo negativo. Certo, non dimentichiamoci che il cervo in Hannibal è in realtà un immaginario ravenstag, cioè un cervo con il piumaggio di un corvo e altrettanto nero. Il ravenstag è frutto delle allucinazioni di Will e quando si parla di Will bisogna prenderla alla larga perché, come sappiamo, il ragazzo ha più immaginazione di Walt Disney. Ogni volta che il Male arriva o ha già fatto il suo corso, ecco che appare il ravenstag, che si alterna con il Wendigo, di cui abbiamo già precedentemente parlato qui nel blog. Ho una mia teoria sul perché sia stato utilizzato proprio un cervo: Bryan Fuller è un simpatico iconoclasta e ha voluto ribaltare la simbologia classica del cervo come animale buono e divino trasformandolo in un emblema maligno con un tocco surreale e raccapricciante. Ho memoria del cervo di carne che nella Cappella Palatina di Palermo avanza inesorabile verso un attonito e terrorizzato Will, per me una delle immagini più impressionanti e grottesche dell’intera serie. Hannibal ha nel suo studio una splendida piccola statua di un cervo e, guarda un po’, in “Fromage” la utilizza per finire il suo avversario Tobias Budge. Inoltre credo che il cervo e in particolare i suoi palchi rappresentino il mutare e il divenire di una nuova coscienza per Will: in un suo incubo dei palchi gli spuntano sulla schiena e in un altro incubo gli stessi palchi crescono sulla sua testa mentre lui ha il visto sporco di sangue e grida atterrito. Che dire? Addio Bambi, benvenuto ravenstag.

F. Il connubio corvo/cervo mi ricorda istintivamente un altro "cervide" tutt'altro che associato al bene. Nell'ars goetia (conosciuta anche come goezia, la pratica dell'evocazione dei demoni) è conosciuta una creatura, o meglio un demone chiamata "Furfur". Questo essere, un cervo alato (ecco perché il Ravenstag me lo ricorda) è capace di creare lampi, fulmini e tempeste, ma soprattutto è il possessore di una sapienza sconfinata, tanto che viene evocato proprio per rispondere alle domande del mago... tuttavia è anche un gran bugiardo, per cui bisogna eseguire un particolare rituale al fine di farlo rispondere correttamente. Un'altra cosa interessante di questa creatura è la sua capacità di creare l'amore. Si, esatto, un demone capace di plasmare una cosa così terribilmente pura e rara, capace di fare ciò che non sanno fare neppure gli angeli.
Il Furfur può anche assumere una forma umanoide... un po' come il ravenstag sostituito dal Wendigo.
È un'eccezione lampante alla regola del cervo rappresentato come figura positiva e addirittura "nemica" del serpente.
Bryan Fuller non ha mai neppure citato i demoni della goezia, il che mi porta a pensare che in realtà non sia mai stato ispirato da essi, eppure per una sorta di convergenza evolutiva queste figure (il Furfur e il Ravenstag) si somigliano.

E. Ma forse Bryan - che sappiamo essere un uomo di buona cultura - ha scoperto il Furfur e gli ha dato vita, plasmandolo con la sua sempre personale visione. Il Furfur è un conte, proprio come Hannibal (lo sono il padre e lo zio, che nella serie avrebbe dovuto essere impersonato dal grande David Bowie) e sappiamo che il ravenstag-Furfur è frutto della potente immaginazione di Will e rappresentazione del Male assoluto, della forza demoniaca che trascina il volere di Hannibal e, in certi momenti, anche la sete di vendetta di Will. Per restare in tema con l’opera demonologica Ars Goetia, ricordo che anche il corvo rappresenta una delle figure sataniche, ed esattamente il trentanovesimo demone di nome Malphas. È interessante capire come il ravenstag sia la prima rappresentazione satanica della serie. Già dal primo episodio, "Apéritif“, vediamo palchi di cervo ovunque ci siano omicidi e proprio Will anticipa la sua prima visione del ravenstag.

F. Hmm, proprio non sapevo dell'esistenza di Malphas! Prendo nota e mi informerò al più presto, visto che la mitologia e i demoni sono parte integrante del mio universo scritto e a fumetti ;). Ma non divagherò troppo... un demone-corvo! Non posso fare a meno di immaginare una sorta di fusione fra i due. Così come non posso fare a meno di pensare, a questo punto, che Hannibal sia il cervo e Will il corvo.
Il cervo è un animale nobile e possente, elegante nella camminata e persino il colore del suo manto ricorda quello dei capelli di Hannibal: solitamente i cervi hanno il pelo di colore marrone, più o meno scuro, che può virare fino al grigio, con maculature di diversa natura. Tuttavia il cervo, erbivoro e teoricamente pacifico, nasconde un lato oscuro: non sono inauditi i casi in cui questi animali sono stati visti cibarsi di carne, sia viva che morta. Gli alci mangiano uova, i cervi dalla coda bianca predano addirittura i pulcini nei nidi per ottenere proteine e, ancora più importante, calcio. Inoltre alcuni cervi, in particolar modo i maschi, sanno essere terribilmente aggressivi e uccidere a sangue freddo animali o persino persone che entrano nel loro territorio. Dunque erbivori, pacifici ed eleganti, ma che nascondono un lato insospettabile!
Quanto al corvo, la sua somiglianza con Will è palese: un uccello intelligentissimo, se non il più intelligente di tutti, con piume nere come il carbone (come i capelli del nostro detective preferito) e che viene spesso associato alla capacità di prevedere il futuro o comunque a poteri percettivi sovrannaturali.
Che il ravenstag sia, anche, una rappresentazione visiva della fusione delle due nature "animalesche" dei protagonisti?

E. È probabile, visto anche il susseguirsi degli eventi nella serie, che il ravenstag rappresenti nell’insieme Hannibal e Will. In certi istanti Will sembra trasformarsi in un cervo, ma di fatto ricordiamoci che il ravenstag presenta una parte di piumaggio del corvo ed è a tutti gli effetti frutto solo della fantasia del nostro caro Will. Ed è proprio di questo aspetto che vorrei parlare ora: l’incredibile immaginazione di Will, tanto empatico da visualizzare e creare un animale che racchiude le angosce del suo primo caso, quello che coinvolge il serial killer Garret Jacob Hobbs alias ”L'averla del Minnesota”, abile cacciatore di cervi e abituato a fare a pezzi le sue vittime in una baita piena zeppa di corna di cervo.
Una delle vittime, Cassie Boyle - ma che sappiamo assassinata da Hannibal - viene presentata trafitta su corna di cervo, con i corvi che banchettano sul suo cadavere. L’immagine è di certo impressionante e Will la osserva incuriosito. Dà subito a Jack la sua opinione professionale, ma se ne va senza fermarsi, come se quella violenza si fosse già interiorizzata in lui. Ed è così: le visioni del ravenstag si presentano, iniziano a far parte della sua esistenza, lo affliggono e lo incatenano. Il cervo nero lo fissa, lo segue e lo accompagna. È sempre accanto a Will, come uno spirito guida che lo conduce nel buio della sua anima. Se la morte di Cassie Boyle è il primo dono di Hannibal a Will, la sua sfida e il suo primo importante atto d’amore verso l’agente per lui molto speciale dell’FBI, il ravenstag è l’esemplificazione visionaria di quel gesto, una sorta di estensione della mente che già qualifica il cervo Hannibal e il corvo Will.

F. Già che hai parlato di Garret Jacob Hobbs, mi è sovvenuta una cosa interessante: nel primo episodio, quando per la primissima volta il cervo e la sua simbologia entrano nella serie esse non sono completamente negative... o almeno vengono presentate in modo da non sembrarlo.
Garret riempie con il velluto dei palchi (per chi non lo sapesse, si tratta del tessuto riccamente vascolarizzato e rivestito esternamente da una morbida peluria che ricopre le corna dei cervi quando queste sono in crescita) le ferite della sua vittima, come sperando di poter "riparare" il danno che ha fatto uccidendola. È una cosa strana (e chiaramente da psicopatico), ma ci mette immediatamente davanti al fatto che il cervo è anche un simbolo di guarigione... e di rinnovamento. Dopotutto le sue corna cadono e ricrescono ogni anno e ogni anno sono più grandi, più ampie, più forti!
Dunque, come hai detto, il cervo (anzi, il ravenstag) è a suo modo un simbolo d'amore, ma anche di cambiamento, di guarigione e di... miglioramento.

E. Certo, e credo sia anche per questo che il ravenstag diventa il simbolo della trasformazione di Will e non rappresenta solo la sua iniziale allucinazione. Il graduale cambiamento di Will non è, appunto, solo negativo: ricordiamoci sempre che, come Hannibal, anche la sua anima è composta di forti luci e altrettante ombre. Will è intelligente da comprendere e accettare queste visioni del ravenstag tanto da trarne inconsciamente conforto. A riguardo, per me una delle scene migliori è in “Coquilles” (S1, episodio 05) e vede Will sonnambulo camminare per strada di notte, seguito a pochi passi dal ravenstag. Will si ferma e alle sue spalle l’animale gli si accosta accarezzandogli un braccio con il muso. In quell’istante sappiamo che il ravenstag è una presenza benevola per Will, ma è pure l’animale guida che lo accompagna sul cammino verso l’oscurità, come dicevo prima: in alcune credenze religiose è proprio il cervo l’animale psicopompo che guida le anime dei defunti verso l’aldilà. Un esempio: in “Shiizakana” (S2, episodio 09) Will sogna di uccidere Hannibal grazie all’aiuto del ravenstag che traina le corde mortali con cui Hannibal è legato. Pensavo anche alla statuina di cervo nello studio di Hannibal. Entrando è proprio uno dei primi elementi che si notano: posta sulla sinistra, accanto alla porta, ha dei palchi meravigliosi, il muso rivolto verso l’alto, lo sguardo fiero. Anche in questo caso torno alla mitologia, che vede nei palchi del cervo un forte simbolo di virilità - caratteristica che non manca certo al personaggio di Hannibal.

F. Oh si! Il cervo maschio è un fortissimo simbolo di virilità: i suoi palchi, esclusiva dei maschi, possono ossificarsi solo grazie al testosterone. Inoltre crescono con l'età, motivo per cui grandi palchi possono essere accomunati anche a grande saggezza! Teoricamente dovrebbe essere il tipico simbolo del forte, virile, machissimo uomo adulto. In pratica, però, veniva e viene tutt'oggi accomunato spesso ad Artemide, dea della caccia. Virile, ma a suo modo ambiguo. Simbolo di forte positivita, ma con lati nascosti di tenebra.
La statuetta di cervo nello studio di Hannibal ritrae uno splendido maschio di wapiti (Cervus canadensis) e questo è interessante... perché la prima apparizione del ravenstag non aderisce allo "standard" del wapiti, ma pian piano lungo la serie diventa più grosso, più "spigoloso" e sempre più forte. Il primo ravenstag che compare in una delle visioni di Will, nella prima stagione, non è lo stesso animale dallo sguardo quasi maligno che nella seconda stagione, sempre in Shiizakana, appare in una delle ricostruzioni di Will come bestia che uccide le vittime di Randall Tier. Quel secondo cervo, dall'aspetto meno naturale eppure più simile ad un wapiti (sono quegli occhi, quegli occhi malvagi, che fanno la differenza) è più oscuro e più potente di quello della prima stagione, ma anche addomesticato al punto da rispondere al fischio del suo padrone (e questo ci riporta all'uccisione onirica di Hannibal, di cui hai accennato, presente sempre nello stesso episodio).
Il cervo cambia, si evolve... muore e rinasce. Il suo enorme corpo, più nero che mai, occupa il pavimento della cucina di Hannibal nelle visioni di Will durante il finale della seconda stagione, dissanguandosi insieme al protagonista e ad Abigail Hobbs. E lì il ravenstag muore... o quasi.
Perché nella terza stagione la sua essenza ritorna, modificata in modo orribile, in una delle visioni più disturbanti di tutte e tre le stagioni di Hannibal, in Primavera (stagione 3, episoodio 2) : l'origami heart (il corpo di Anthony Dimmond, spellato e piegato per formare un cuore, infilzato su tre spade che lo sorreggono) che si dispiega e si trasforma in una strana creatura senza testa, ma dalle gambe e i palchi chiaramente da cervo. È come se il ravenstag fosse ritornato dalla morte come... uno zombie.

E. È vero, il ravenstag in quell’episodio è una sorta di zombie, di orrenda mutazione. Dall’animale bello e possente ad un mostro che arranca verso Will a capo basso, cercando di incornarlo. Ed è proprio quell’essere deforme l’essenza dell’incubo che ancora avvolge la mente di Will e lo accompagnerà verso il suo destino: rivedere Hannibal e rischiare la morte, per l’ennesima volta. Come sempre, il cervo nella serie è l’elemento premonitore, l’onirico trait d’union che collega le vite dei protagonisti e anticipa come gli eventi a venire si presenteranno drammatici. Pensavo all’animale daimon del libro “Queste oscure materie” di Philip Pullman, per me uno dei più belli a tema fantasy, in cui appunto il daimon è la rappresentazione dell'anima di una persona. Proprio come il cervo per Will, con tutte le sue connotazioni e collegamenti, è una specie di daimon visto come manifestazione della sua anima tormentata e disturbata fin dal primo caso, quello dell’averla del Minnesota. Ma il cervo nella religione cristiana è anche sinonimo delle anime che ricercano la verità, esattamente come Will che deve comprendere e raggiungere la verità su ciò che lo circonda così da catturare assassini e serial killer.

F.  William Blake (di cui nella terza stagione possiamo ammirare il noto acquerello del Grande Drago Rosso, fulcro dell'ossessione di Francis Dolarhyde) scrisse nei suoi Auguries of Innocence: “Il cervo selvaggio vagando il sentiero, salva l’anima umana dal suo pensiero”. L'anima di Will cerca la verità, ma la verità, quella che è anche in fondo a sé stesso, lo distruggerebbe... potrebbe il fragile agente Graham della prima stagione, tormentato da incubi e psicosi al punto da ammalarsi di encefalite, sopportare l'idea di diventare egli stesso un killer, di doversi trasformare in una creatura che eguaglia il cannibale, il chesapeake ripper, Hannibal Lecter? Il cervo, come ben dici, è guida sulla strada della verità, ma è anche un sinonimo di adattamento, come quello dei branchi che in primavera brucano la tenera erba, ma che in inverno sono capaci di ridurre la propria alimentazione a muschi, licheni e persino pochi brani di aspra e dura corteccia.
Will si è salvato dal suo stesso pensiero, seguendo il cervo selvaggio che vagava sul sentiero.
Il cervo è introspezione, illuminazione, guida. Accanto al trono del Buddha, figura illuminata per eccellenza, è spesso raffigurata una coppia di cervi. Persino nell'alchimia questo animale ha un significato che possiamo ricondurre alla trama stessa di Hannibal, al percorso che i personaggi, ma in particolar modo Will, intraprendono attraverso le stagioni: il cervo è utilizzato per simboleggiare il Mercurio alchemico, la sostanza psichica che fa da intermediaria nella trasformazione.

E.  A metà strada tra simbologia di vita e di morte, il cervo che accompagna Will è l’elemento che più di ogni altro rappresenta l’anima dello stesso Will e il suo inconscio desiderio di avvicinarsi ad Hannibal e alla sua parte più crudele. Anche se vuole fermarsi, e nella terza stagione cercherà di farlo, di opporsi a questo tragico destino formando una sua famiglia, sposandosi e vivendo una vita normale, sarà il richiamo verso il suo lato più buio a farlo tornare e a investigare per un’ultima volta. L’anima di Will proprio come, ad esempio, il cervo simbolo di Artemide cacciatrice, ama le sfide e la caccia. Sa di poter contare sulla propria forza dettata da un infallibile e acuto intelletto, uno sguardo ed un olfatto impareggiabili. Non ha timore di nulla perché sa di poter rinascere, di trovare nuova linfa. È già accaduto, d’altronde, quando Hannibal lo ha gravemente ferito e si è ritrovato accanto alla sua stessa anima-cervo ferita e invasa dal sangue, ma è rinato ed è riuscito a calarsi nell’oscurità, rafforzandosi e abbracciando, alla fine, la sua follia. Forse è questa la spiegazione più elevata del cervo-simbolo: l’animale e i suoi palchi rivelano luce e buio, morte e rinascita, in un susseguirsi di eventi che daranno all’anima di Will la possibilità di conoscere sé stesso in totale profondità.

F. Una profondità che è anche quella del simbolo stesso e delle sue sfaccettature di cui abbiamo parlato in questa conversazione. Come nota di chiusura, vorrei far notare quanto sia incredibile che in una serie tv (non una saga di libri, non un trattato filosofico, si badi bene, ma un prodotto di intrattenimento televisivo) si possa utilizzare una metafora così complessa in una serie di situazioni così distanti fra loro. Sanità e follia, luce e buio, morte e rinascita, perfettamente illustrati attraverso l'immagine maestosa del cervo. Che dire, solo Bryan Fuller avrebbe potuto realizzare qualcosa di simile!  


E voi? Che cosa ne pensate? Diteci la vostra su questo affascinante argomento!

sabato 3 marzo 2018

Discorsi fannibaleschi 3 - Il Wendigo

Salve a tutti, miei coronati fratelli Fannibals. Siamo qui per presentarvi una nuova rubrica dedicata a noi italiani, visto che è un po’ triste e riduttivo che questo blog gestito da artisti italici sia praticamente tutto scritto in inglese. ;) Questa è la terza puntata di una “rubrica” che, se avrà successo, potrebbe ottenere un discreto numero di seguaci: si tratta di semplici (ma non troppo) “discussioni” in cui approfondiremo uno o più aspetti della serie tv Hannibal, toccando anche i libri, i film e la cultura popolare. Senza altri indugi, iniziamo subito!

Emanuela Pegurri, copywriter, web editor e fannibal,& Furiarossa, artista, scrittrice nel gruppo dei Cactus di Fuoco e fondatrice di "Another Hannibal Artblog" presentano:

Discorsi Fannibaleschi#3
Il Wendigo 


F. Misterioso, oscuro, chiaramente innovativo nel modo in cui viene utilizzato, il Wendigo è una figura assai particolare nella serie tv Hannibal, che ha stuzzicato e non poco la fantasia dei Fannibal. Perché appare sullo schermo? Non si tratta di un vero e proprio personaggio, eppure con la sua silente presenza è diventato un simbolo della serie. Il nome della creatura non viene mai neppure accennato on-screen, eppure tutti noi lo conosciamo e ne parliamo.
Cominciamo dicendo che inizialmente neppure gli scrittori dello show stesso si riferivano a lui come ad un wendigo, ma come ad un uomo-cervo, la rappresentazione antropomorfizzata del Ravenstag (il cervo-corvo che vediamo fin dalle primissime puntate della serie) che comincia a comparire nelle allucinazioni/visioni metaforiche di Will quando il nostro protagonista inizia a capire la vera natura di Hannibal. Il suo volto è quello di Mads Mikkelsen, lo stesso di Hannibal Lecter, perchè sia il Wendigo che Hannibal hanno in comune una caratteristica grottesca e inusuale: sono cannibali.

E.Anche su di me il Wendigo ha scatenato un’enorme interesse, d’altronde la sua rappresentazione nella serie tv è memorabile e un episodio via l’altro assume sempre più le fattezze dello stesso Hannibal ogni volta che l’inconscio di Will si mette a lavorare in modo profondo e oscuro. Inizio proprio da Will, dal momento in cui uccide il serial killer Garrett Jacob Hobbs la cui passione è di andare a caccia di cervi e ragazze, conservando di entrambi dei “ricordi”, rispettivamente i palchi e qualche souvenir come organi e capelli. Anche Garrett Jacob Hobbs è un cannibale e Will, dopo avergli tolto la vita, resta turbato da quella figura di psicopatico che lo trasforma e dà il via ad una serie di allucinazioni.
Tra queste la prima è proprio legata al cervo, animale che diventa il compagno degli incubi di Will ma con qualcosa in più sul suo corpo, le piume di un corvo. Il Ravenstag diviene il simbolo legato all’omicidio di Cassie Boyle – primo, vero regalo di Hannibal a Will - la ragazza infilzata sulla testa di un cervo il cui corpo è miseramente esposto all’ingordigia dei corvi, notoriamente necrofagi. L’entrata in scena del cervo-corvo per me è stata spettacolare, come se lo stesso Will avesse interiorizzato la figura di Garrett Jacob Hobbs carpendone il lato maligno, e avesse inoltre già intuito che l’animale rappresenta lo spirito-guida dentro il buio della sua mente. Ma Will, come sappiamo, entra in contatto con l’universo di Hannibal che provoca in lui un ulteriore mutamento: da qui in poi al Ravenstag si affianca la spaventosa figura del Wendigo, il mostro-cannibale delle leggende dei nativi americani Algonchini. Pure qui ho esultato, perché l’inconscio di Will ci regala delle meravigliose sorprese quando viaggia dentro luoghi oscuri.
F. Già che lo hai citato, sarebbe bene se i nostri lettori conoscessero qualcosa riguardo al Wendigo mitologico... a vostro beneficio ricapitoliamo dunque alcune delle caratteristiche di questa strana e spaventosa creatura (da cui è anche stato tratto un film horror, eh! E per la cronaca, c'è anche un digimon ispirato al wendigo. Cercate "wendigomon", è da sempre stato uno dei miei digimon preferiti):
-Il Wendigo si nutre quasi esclusivamente di carne umana, anche se secondo alcune tribù può cibarsi anche di muschio, legno, corteccia o in generale di altre cose che non sono comprese dall'alimentazione delle persone per bene...
-Il suo aspetto è variabile, ma sempre emaciato e allampanato e molto stesso possiede corna di cervo o persino l'intera testa cervina... tranne i denti.
-I denti sono spaventosi e da carnivoro, troppo grandi per essere coperti dalle labbra, ed è questa una caratteristica che il Wendigo della nostra serie preferita non possiede affatto... chissà perché... forse per simboleggiare il suo forte legame con Hannibal, la sua dualità gentiluomo/cannibale che non lascia intravedere le zanne da predatore.
-Il modo più comune per trasformarsi in un wendigo é quello di mangiare carne umana per molto tempo. Si presume che la leggenda di questo mostro sia nata proprio per scoraggiare il cannibalismo. Il nostro Hannibal Lecter, se i racconti degli Algonchini fossero veri, sarebbe un wendigo fatto e finito!
- Il Wendigo è intelligentissimo, rapido, imbattibile, ma soprattutto perennemente affamato. E indovinate un po' di cosa ha fame? Esatto. Lo avete capito.
E questo è, a grandi linee, un wendigo.
Mi chiedo se Will Graham conoscesse questa creatura, magari avendone letto in un libro, oppure se la sua comparsa sia una totalmente casuale "fusione" dell'aspetto del ravenstag, il cervo piumato, e di Hannibal Lecter...
E. Ho la sensazione che Will sapesse cos’è un Wendigo. Me lo immagino bimbo, già curioso lettore di storie fantastiche e horror. Forse si aspettava di farne parte, un giorno, e così è stato: la sua immaginazione di uomo empatico e sensibile ha risvegliato in lui il ricordo delle creature che animano la sua mente in modo delirante, dalle persone uccise durante le sue indagini a quelle coinvolte nella sua vita quotidiana (soprattutto Hannibal).
Il Wendigo le racchiude un po’ tutte: ha il volto del cannibale Hannibal, i palchi del cervo su cui era posto il corpo di Cassie Boyle (oltre al tripudio di palchi-trofei nella casa dove Garrett Jacob Hobbs uccideva e smembrava sia i cervi catturati sia i corpi delle vittime da lui uccise), è nero come i corvi che volano sopra Cassie Boyle, è alto e scarno e riprende la figura umanoide del Wendigo delle leggende dei nativi americani Algonchini. Ma soprattutto è l’essenza del Male. Ogni volta che appare sappiamo quanto Will percepisca che in tempi brevi ci sarà un ennesimo efferato omicidio (sia che si tratti di crimini perpetrati da Hannibal sia da altri), un suo profondo turbamento, il suo avvicinarsi all’essenza della follia. Il Wendigo è una figura che anticipa e introduce il Male rendendolo iconico ed elevandolo a mito. Se pensiamo, infatti, ai vari omicidi della serie li ricordiamo tutti come straordinari, mai usuali e potenti da un punto di vista dell’immagine tanto da diventare rappresentativi.
Diversa è l’allucinazione del cervo, che è sì disturbante ma a tratti è un vero conforto per Will (ricordiamo la scena di Will sonnambulo seguito a breve distanza dal cervo che, avvicinatosi a lui con il muso, gli carezza una mano). Ma il Wendigo, via via che la serie prosegue, è anche una parte di Will stesso: l’immagine in cui appare con i palchi che trasformano lentamente il suo corpo, ci fa capire che il mostro Wendigo è una sorta di trait d'union tra Will e Hannibal.

F. Awww! Sono ancora incantata dall'immagine di un piccolo Will (immaginalo, un bambino pallido e intelligente, dai grandi occhi azzurri e vividi, probabilmente magro, delicato e con una gran massa di ricci neri) che legge storie fantastiche e dell'orrore, aspetta che mi riprendo... e già che ci sono rileggo quello che hai scritto, perché sono rimasta lì.
Oh, si! Il Wendigo è chiaramente uno strano, ma disturbantemente ben riuscito, mix di caratteri "rubati" a diversi killer il che, come hai ben detto, lo identifica fortemente come incarnazione del maligno. E come evoluzione di Will Graham. Ed è un importante "segnale" per lo spettatore, per aiutarlo ad immedesimarsi ancora di più nel principale punto di vista: dopotutto solo Will Graham può vedere il wendigo, o meglio, solo lui e lo spettatore. È come se nessun altro, eccetto noi e il protagonista, potesse davvero vedere il male in tutta la sua ampiezza ed emanazione, come se nessuno riuscisse a riconoscerlo davvero...
E. L’immagine di Will bambino in effetti è potente come il suo destino, ci si potrebbe costruire una storia. La sua attrazione per il fantastico è l’universo-base capace di animare l’immaginazione di un bimbo sensibile che diviene un adulto empatico, profiler FBI con una profondità tale da permettergli delle visioni del Male. In tutto questo trovo sia favoloso l’accostamento Wendigo/Hannibal. Il mostro degli Algonchini è un cannibale, una creatura solitaria che si aggira affamata nelle fredde foreste del Nord America, ma prima di trasformarsi in mostro era un essere umano. Così Hannibal, ricco e nobile ragazzino lituano, orfano, cui viene uccisa la sorellina Mischa, divorata dai suoi assassini che, ricordiamo, obbligano Hannibal ad unirsi all’orribile pasto. Hannibal prima di divenire mostro era un bambino gentile e attento ad accudire in modo amorevole Mischa. Non si nasce mostri, semplicemente ci si trasforma per sopravvivere ed avere la meglio sul torto subìto. E ora pensiamo a Will, la cui natura è così descritta proprio da lui: ”Il mio cavallo è attaccato a un palo che è più vicino ad Asperger e agli autistici che ai narcisisti e ai sociopatici.” Will cresce in povertà, senza la madre e con un padre assente e problematico. Sviluppa un carattere molto sensibile, empatico, che lo porta a seguire il crimine, a riconoscere i peggiori assassini e ad immedesimarsi in essi: riconoscerà Hannibal proprio grazie alle visioni del Wendigo e l’aver compreso che Hannibal è il cannibale, lo Squartatore di Chesapeake, il Mostro nasce prima dalla sua fervida, ma veritiera ed affidabile, immaginazione, la stessa che ha plasmato la sua infanzia. Will, la cui virtù immaginatrice ha creato il Wendigo - la creatura orribile che lo segue, lo scruta, lo osserva nascosto nel buio - è frutto di una eccezionale sensibilità capace di attraversare mondi che ai più sono sconosciuti.
F. Vorrei fare un appunto interessente riguardo a quello che hai detto sul passato di Hannibal e sul non nascere mostri... quando Thomas Harris ha scritto "Hannibal Rising" è stato spesso e volentieri attaccato dalla critica (e da un discreto numero di lettori) per aver dato una "giustificazione" all'essersi trasformato nel mostro cannibale di Hannibal, rovinando a loro dire una parte della mitologia dell'universo di Hannibal, che vede il nostro killer cannibale come un innato mostro... nella serie televisiva, Bryan Fuller mette una pezza, se così si può dire, al passato di Hannibal facendogli dire "niente mi è accaduto, io sono accaduto". Non sto dicendo che Hannibal sia nato malvagio, sia sempre stato intimamente un mostro (anzi, sono una grande sostenitrice della teoria per cui sia stato trasformato dagli eventi traumatici della sua infanzia), ma è corretto, alla luce delle parole di Hannibal, dire che non sia nato come mostro? Ovviamente è possibile che Hannibal stesso non sappia analizzare in maniera distaccata quanto gli è accaduto e che sia più comodo per lui vedersi come qualcuno che è sempre stato così, un'anima eletta destinata ad uccidere, ma come è diventato davvero "il wendigo"? È stato costretto dagli eventi o gli eventi hanno semplicemente favorito qualcosa che era già in lui e che, prima o poi, sarebbe comunque emerso?

E.  Ti rispondo con una citazione ripresa da "Nottuario" di Thomas Ligotti: "Possiamo sfuggire all'orrore soltanto nel cuore dell'orrore." Credo che Hannibal non sia nato con una predisposizione alla brutalità e alla violenza, si è adattato all'orrore di cui era stato vittima con la sorellina Mischa plasmando la sua personalità in modo tale da vivere in una razionale follia. Ogni suo gesto è misurato, verificato, controllato. Chi manipola e uccide è una persona dal sangue freddo, imperturbabile, non può permettersi errori o scivolamenti nel dubbio. Hannibal ha compreso che per sopravvivere alla sua terribile e devastante esperienza doveva ripeterla e affrontarla nel suo quotidiano rendendola parte di sé. Di fatto, è stato tramutato da un mostro - l'assassino di Mischa - in un altro mostro, il Wendigo che popola i sogni di Will. Forse non ha avuto scelta, anche spinto dal desiderio di vendicare la morte della sorellina e il desiderio di riscatto tipico del suo carattere orgoglioso. C'è un altro aspetto per me interessante che vedo legato ad una sorta di connubio tra la solida cultura europea e quella ancestrale del Nord America: Hannibal, dandy di origine europea raffinato, colto e di rara perversione intellettuale, di fatto l'icona tra i serial killer, si trasforma nel Wendigo, l'archetipo malvagio della mitologia dei Nativi Americani. La sua parte colta e crudele si trasforma così in spaventosa leggenda, in mitologia degna di approfonditi studi antropologici e nell'incubo di un profiler FBI dall'anima empatica e fin troppo sensibile.
F. E sarà forse questo il motivo per cui il Wendigo è una figura così sottilmente, penetrantemente interessante? La dualità della ferocia e dell'intelligenza in una stessa creatura ci affascina e sia il Wendigo che Hannibal, protagonisti di questa serie, sono entrambi portatori di questo potente dualismo. Se vogliamo è un po' un sogno di potere di tutti noi: essere forti e sanguinari, spietati e invincibili, senza perdere la nostra razionalità. Superiori a tutti gli altri in qualunque campo.
Le fantasie di potere sono meravigliose perché ci permettono di immedesimarci in creature che non potremmo mai essere (o, razionalmente, non vorremmo mai essere) senza che ciò intacchi in alcun modo la nostra esistenza reale.
Un viaggio della nostra mente senza che nessuno ne debba soffrire, tranne i personaggi fittizi di un mondo complesso. 
  
E voi? Che cosa ne pensate? Diteci la vostra sul Wendigo!

martedì 5 dicembre 2017

Discorsi fannibaleschi 2 - Will Graham

Salve a tutti, miei coronati fratelli Fannibals. Siamo qui per presentarvi una nuova rubrica dedicata a noi italiani, visto che è un po’ triste e riduttivo che questo blog gestito da artisti italici sia praticamente tutto scritto in inglese. ;) Questa è la secondo puntata di una “rubrica” che, se avrà successo, potrebbe ottenere un discreto numero di seguiti: si tratta di semplici (ma non troppo) “discussioni” in cui approfondiremo uno o più aspetti della serie tv Hannibal, toccando anche i libri, i film e la cultura popolare. Senza altri indugi, iniziamo subito!
Emanuela Pegurri, copywriter, web editor e fannibal,& Furiarossa, artista, scrittrice nel gruppo dei Cactus di Fuoco e fondatrice di "Another Hannibal Artblog" presentano:

Discorsi Fannibaleschi#2
Will Graham 




E. "Tutti hanno pensato di uccidere qualcuno, in un modo o nell'altro. Che sia per mano vostra o per mano di Dio.” (Will Graham, Hannibal) 

Nel libro “Red Dragon” Thomas Harris presenta Will Graham. Qui e solo qui lui vive la sua avventura, satellite che gravita intorno ad Hannibal più nel male che nel bene. La storia la conosciamo, ma trovo interessante parlare di Will, un uomo che si è fatto dal nulla, vista la sua origine molto modesta, ma che per meriti diventa un agente FBI di notevole fama. Will possiede una caratteristica unica chiamata empatia, capacità di comprendere e immedesimarsi negli altri, nel suo caso specifico nelle menti dei serial killers: Will, di fatto, vede e immagina i delitti. Questo gli ha permesso di trovare e uccidere Garrett Jacob Hobbs, intuire che Hannibal Lecter è lo Squartatore di Chesapeake, riuscendo così a farlo catturare (anche se sarà ferito gravemente dallo stesso Lecter) e dare la caccia a Francis Dolarhyde. Nel libro Will non ha vita facile: ferito in viso da Dolarhyde, che lo sfigura, sarà abbandonato dalla moglie Molly e finirà solo e alcolizzato. Ricordiamo le versioni cinematografiche di Will Graham; il bravissimo William Petersen in “Manhunter” e l’altrettanto ottimo Edward Norton in “Red Dragon”. Per noi Fannibals il Will di riferimento è di certo Hugh Dancy,
attore che in “Hannibal” ha dimostrato di saper bypassare le parti da classico bravo ragazzo delle commedie hollywoodiane. Io ho trovato la sua interpretazione eccezionale, vicina a quella di William Petersen. Confesso che durante la prima visione delle 3 stagioni tifavo per lui: mi sono immedesimata nella sua empatia e ho provato tenerezza per quell’uomo che vive accudendo cani abbandonati, che cerca di salvare se stesso e le vite di chi ha subito e visto violenze. Come un mantra ripete “This is my design” per riconoscere i contorni di un crimine e si lascia ispirare dal suo carattere “più vicino a chi ha l'Asperger o è autistico, che psicopatici e narcisisti”. In seguito, dopo il primo livello di empatia, mi sono resa conto che anche Will ha un lato oscuro, manipolatore, spaventoso. Will, nella versione tutta Fulleriana di “Hannibal” è una sorta di tormentato ma responsabile alter ego di Lecter, l’unico uomo che lo può capire e che può essere alla sua altezza. 


Hannibal: “Tu sei solo perché sei unico.” 
Will: “Sono solo quanto te.” 

Will è dolorosamente consapevole di chi è e del suo pesante impatto caratteriale, ma si immerge – come quando va a pesca per trovare conforto da ogni orrore – nella follia che lo lega in maniera indissolubile ad Hannibal. Nell’arco di 3 stagioni Will subisce trasformazioni di ogni genere e l’unico motivo che lo tiene vigile è sapere che può lottare per avere una vita normale, e per un periodo l’avrà, accanto a Molly e al di lei figlio. Ma il destino di Will segue da sempre il percorso dell’oscurità, e solo nel momento finale riuscirà a comprendere di rappresentare l’estensione emotiva e sentimentale del criminale Hannibal. 

Hannibal: “Questo è tutto quello che volevo per te, Will; per entrambi.” 
Will: “E' bellissimo.

F. Will Graham è un personaggio complesso e in continua evoluzione, come hai detto, che nell'arco delle tre stagioni subisce una metamorfosi pressoché totale, persino nel suo modo di presentarsi e di vestirsi... ed è, oserei dire, il perfetto protagonista da seguire per entrare nel mondo di Hannibal.
Per lo spettatore, essere gettato direttamente in pasto al grottesco e al raffinato, all'orrido e al sublime, che rappresentano gli estremi dell'universo di Hannibal, potrebbe essere fonte di una sorta di "shock" che causerebbe incomprensioni e persino una repulsione nei confronti dello show.
Will Graham ha un ruolo importantissimo: da persona che inizialmente è "normale" (non nel senso classico del termine, essendo pur sempre un genio caratterizzato da un'empatia fuori dal comune, ma nel senso morale) ci introduce lentamente e inesorabilmente a un mondo contorto.
Attraverso le sue metafore, noi vediamo l'orrore. Attraverso i suoi dialoghi con Hannibal, la bellezza.
E proprio i suoi discorsi con Hannibal, l'evoluzione delle parole utilizzate nel corso delle tre stagioni, ci mostrano come cambia il personaggio, la serie e finanche la nostra visione di quest'ultima.
Inizialmente Will parla ad Hannibal dei suoi profondi disagi, della sua paura, della repulsione e dell'ansia che prova verso la morte, verso le attività di quei criminali con cui è costretto ad empatizzare, ma poi...

E.Il “poi” è l’inizio dell’orrore e della consapevolezza.
Will vive di empatia, di strati profondi formati da pensieri senza soluzione di continuità in cui analizza e intuisce senza filtri, e realizza la verità. Ricordiamo che in “Sorbetto” (S1E7) scopre che, forse, proprio Hannibal potrebbe essere lo Squartatore di Chesapeake. Da quell’istante Hannibal inizierà il suo gioco di potere e manipolazione. Will ne rimane soggiogato e si ammala perché non ha in sé nessuna forza crudele come Hannibal. Nonostante sia un uomo profondamente solo e sofferente, conosce i confini tra bene e male. Ma con Hannibal è entrato in un mondo di totale oscurità, proprio come l’immagine simbolica - fluida e nerissima - di Alana che Will immagina avvolgerlo. Dalla prima alla terza stagione, in modi differenti che si alternano Will è, di fatto, l’altra metà della mela per Hannibal. Sappiamo che Bryan Fuller ha reso il suo Hannibal bisessuale, il criminale intelligente che si innamora di Will e lo manipola per mostrargli ciò che è: l’unico uomo che può accettarlo e amarlo perché anche Will, tormentata figura, è una sorta di mostro che ha accettato dentro di sé le tenebre. Non serve a nulla fuggire, sposarsi e cercare di vivere la normalità, Will non sogna più il cervo ferito e morente perché si è già trasformato, solo il tempo ha reso possibile il manifestarsi degli eventi. Trovo molto struggente il personaggio di Will, di rara profondità e bellezza. La scelta di Hugh Dancy, con la sua apparenza innocente, gentile, dai grandi occhi e dal sorriso memorabile è azzeccata e la sua interpretazione è di quelle che si stampano nella testa e nel cuore. Non si può non amarlo, non parteggiare per lui, per quel ragazzo la cui parte buona e luminosa è inesorabilmente attratta e contagiata dalla raffinata crudeltà e dall’amore oscuro di Hannibal. Quando li vedo vicini penso sempre a quanto sia bello trovare chi comprende la tua parte più cupa.


F. È una sorta di sogno oscuro per tutti noi... sapere che esiste qualcuno capace di comprenderci e di amarci anche quando diamo il peggio di noi, anzi, qualcuno così attratto da noi da accettare con ancora più amore le nostre tenebre. Quasi non volevo toccare l'argomento "Hannigram" (la coppia formata da Hannibal e Will, .ndr), ma a questo punto pare inevitabile.
Il suo essere incommensurabilmente affine, "identicamente diverso", ad Hannibal è uno dei fulcri della serie, il filtro attraverso cui possiamo vedere l'amore in atti di indicibili crudeltà, in un tableaux d'omicidio.
È un'attrazione fosca, ma potente, sottile e lucente come la lama di uno stiletto.
Qualcuno vorrà vederci solo un'amicizia (sebbene assai strana e più intensa di quelle a cui siamo abituati), qualcun altro un'attrazione fisica: ben vengano entrambe le interpretazioni, ma per me è qualcosa di ancora diverso.
Non me ne vogliano i "puristi" dell'Hannigram, ma io la vedo simile alla relazione fra un cane e il suo padrone. No, non un padrone qualsiasi e non un cane qualsiasi. Forse sto facendo un paragone troppo cino-specialistico, ma sono un pastore (umano) e un maremmano-abruzzese. Will, ovviamente, è il cane: un cucciolo candido, dal soffice manto, che lentamente si trasforma in una creatura via via più indipendente, in un dignitoso pari di quello stesso pastore che da piccolo lo nutriva, e diventa una macchina da combattimento, un animale in grado di fronteggiare un branco di lupi.
E il pastore? Lui si compiace di quella forza, di quella violenza, che possono portare il suo cane ad uccidere.
Will è il maremmano anche per via dell'amore verso il suo branco... verso i suoi cani e verso Abigail, la figlia che non era destinata ad esserlo. E tuttavia, da buon cane, perdona il pastore per avergliela strappata via.
Per quanto il maremmano ami il suo gregge, per quanto morirebbe per difenderlo, sa che il pastore può prelevare da esso le pecore che gli servono e lo perdona. Hannibal ha "prelevato" anche Beverly Katz, ricordiamolo, che è stata amica e confidente di Will Graham.
Eppure l'attrazione che intercorre fra il cane e il padrone è vera, sottile, potente e vera, genetica persino: attraverso migliaia di generazioni, sotto la pelle del cane, si è consolidata l'idea che egli debba essere amico dell'uomo che strazia il suo gregge, che per il cane è come una vera e propria famiglia (contrariamente a quello che nella terza stagione Hannibal dice a Bedelia, parlando del perché i cani da guardia non predino le proprie pecore... scusa, Hannibal, in cinofilia e forse in etologia in generale tu e Bedelia non ve la cavate benissimo)

E.E sappiamo quanto Will ami i cani, tra l’altro. Animali che hanno bisogno dell’attaccamento ad un padrone, anzi, ad un amico.
Will, per il suo passato da orfano di madre e con un padre assente, distante e povero, si identifica nei suoi sette cani randagi. Fa riflettere e intenerire la scena in cui si appresta a salvare Winston e in seguito a lavarlo, asciugarlo e presentarlo al resto del gruppo come nuovo amico. Dice molto di Will, di quanto sia sensibile e comprenda fino all’estremo, a livelli profondi, l’abbandono e la rinascita tra le braccia di un amico. La complessità emotiva del suo personaggio, sempre ben tratteggiata dalla ammirevole interpretazione di Hugh Dancy, ci conduce per mano, episodio dopo episodio, a scoprire elementi in cui la trama e l’avvicendarsi dei crimini appaiono come delle semplici evidenze logiche perché la realtà più coinvolgente è un’altra: il mondo interiore di Will, la sua trasformazione e la sua sofferenza. Mi è molto piaciuto come tenga testa ad Hannibal. Al termine della prima stagione lo vediamo sconfitto, ma nella seconda saprà riscattarsi e ribaltare i ruoli. Una sorta di rivalità tra maschi alfa – forse due lupi dello stesso branco - che lottano per primeggiare ma si rispettano e riconoscono che dietro la lotta primordiale c’è un’istintiva amicizia. Anche se ferito, umiliato, apparentemente indifeso, non ho mai pensato che Will fosse un gioco di Hannibal. Will è intelligente, empatico, sensibile e possiede il dono di una spontanea onestà, di un rigore etico che manca ad Hannibal, troppo preso a forgiare gli eventi a sua immagine e somiglianza. Il suo abbigliamento (diciamolo: Will veste un po’ da schifo e ha la tendenza a cadere nella sciatteria) e la sua immagine (capelli un po’ lunghi, ricci scomposti e mai pettinati) sono proprio in netto contrasto con questa suo elevato senso dello status deontologico. Hannibal, invece, è un uomo dall’apparenza impeccabile; veste in modo accurato con abiti dal taglio sartoriale e molto british style, attento ai dettagli (come il Diavolo) e con capelli lisci che pettina con cura. Sembra perfetto, ma come sappiamo cela nell’anima la stessa oscurità degli inferi. Eppure, questi due uomini – il cane e il padrone/i due lupi – potrebbero vivere in osmosi, per sempre.

F. Finalmente un punto su cui discutere, uno su cui dissentiamo! Secondo me Will non veste "un po' da schifo" e neppure ha la tendenza a cadere nella sciatteria... il suo è uno stile voluto. E credimi, da persona riccia (e con i capelli della stessa identica lunghezza di quelli di Will, ovvero variabile a seconda della stagione da corto più corto e corto un pò lungo), Will è pettinato, meglio di così è difficile (anche se durante la serie lui ci riesce, tanto di cappello). Fin dalla prima puntata ho sempre visto Will come qualcuno che ha scelto di vestirsi in maniera comoda e che questa scelta riflettesse il fatto che quello che conta per lui è dentro, non fuori, e che il sentirsi in un comodo abbraccio di flanella abbia molto a che vedere con la sua solitudine piuttosto che con la sua "sciattezza". Per il resto Will è molto pulito (avere sette cani in casa e riuscire a tenerla ordinata in quel modo significa che è un po' un pulitore compulsivo, eh) e ci dimostra di essere perfettamente in grado di gestire un diverso guardaroba e di essere elegante in alcune puntate della seconda e in quasi tutta la terza stagione.
Hannibal e Will fanno molto contrasto esternamente, su questo hai pienamente ragione, ma credo che sia la manifestazione del fatto che vengano da due ambienti completamente diversi, quello povero e quello nobiliare, e che semplicemente... siano stati abituati così.

E.Riccia anche tu? Da anni dico che sulla testa ho un Mocio Vileda incasinato, invece dei normali capelli. Forse perché li ho parecchio lunghi, ma anche le rare volte che li ho avuti corti era un caos generalizzato. Insomma, su qualcosa siamo entrambe un po’ Will Graham. :)
L’abbigliamento di Will, a mio parere, è voluto da script. A parte l’evidente bellezza di Will/Hugh Dancy, per il resto è l’unico a non rientrare nei canoni dell’estetica della serie, ed è l’opposto di Hannibal. Deve esserlo. Quando sono l’uno accanto all’altro fanno un certo effetto perché è lampante la loro differenza, ma anche la loro vicinanza e uguaglianza non esteriore. Se da un punto di vista dell’abbigliamento sono su pianeti diversi, non lo sono da quello interiore. Entrambi hanno vite complicate ma ricche e oscure, deviate. Will la copre di flanella, Hannibal di abiti taylor made. Il loro essere diversamente identici li rende complementari in tutto. Will espone le sue fragilità ad Hannibal, Hannibal se ne appropria ma a sua volta si indebolisce e si arrende, letteralmente. Credo sia questo il fascino di Will: la sua empatia e la fragilità lo rendono forte, seduttivo, immenso, ma al contempo vulnerabile e con il fianco sempre scoperto. Lui ed Hannibal rappresentano l’esatta trasposizione di Eros e Thanatos, vita e morte, creazione e distruzione. Ammetto che mi piace molto questo dualismo, è come vedere una lotta costante ma che affascina e ipnotizza. Will, in fondo, non è solo un ottimo profiler ma un incredibile e sensibile scrutatore dell’anima, esattamente come Hannibal, solo che lo fanno da posizioni emotive differenti.

F. O che sono differenti almeno all'inizio della serie... lentamente ed inesorabilmente, le loro posizioni emotive virano sempre di più alla sovrapposizione, visto il modo in cui Will Graham riesce ad empatizzare con Hannibal, al punto che nella terza stagione ci regalano un dialogo bellissimo, quello all'interno degli Uffizi di Firenze, che è nella sua interezza chiarificatore riguardo al rapporto di Hannibal e Will, ma di cui vorrei riportare solo una parte:

Will Graham: You and I have begun to blur.
Dr. Hannibal Lecter: Isn't that how you found me?
Will Graham: Every crime of yours... feels like one I am guilty of. Not just Abigail's murder, every murder... stretching backward and forward in time.
Dr. Hannibal Lecter: Freeing yourself from me and... me freeing myself from you, they're the same.
Will Graham: We're conjoined. I'm curious whether either of us can survive separation.

F. a questo punto è chiaro: se abbiamo voluto parlare di Will, era necessario che coinvolgessimo anche Hannibal, visto che il primo ha iniziato a "sfumare" la propria essenza nel tentativo di ricalcare il secondo e persino Hannibal, nella sua "rigidità" caratteriale è in qualche modo cambiato per andare incontro a Will.

H. Sì, parlare di Will senza coinvolgere Hannibal in questa serie è un po’ difficile, anche perché la storia intera si basa sulla loro relazione, sulle trasformazioni a cui entrambi vanno incontro, per completarsi, nell’arco delle tre stagioni.
Tutti i personaggi che li circondano rappresentano un’altra dimensione, un po’ come lo sfondo di certi quadri popolati da molte figure ma con le maggiori in primo piano. Tra questi personaggi credo che il più importante per Will sia Abigail, vittima ma non troppo e degna “figlia” dei “padri” Will e Hannibal.
Will ha ucciso il padre di Abigail, il serial killer Garret Jacob Hobbs, definito “l’averla del Minnesota”, proprio per salvare Abigail e da lì in poi vivrà questo evento con un senso di colpa inaudito, che rischia di diventare un’ossessione soprattutto nei confronti di Abigail, di cui vorrebbe prendersi cura e sostituirsi così al padre. Ma fa un errore: si dimostra terrorizzato e distrutto dopo aver ucciso Hobbs e Hannibal (sempre lui, mio malgrado) lo nota ed inizia ad entrare nella sua mente e nella sua anima, privandolo di Abigail con un machiavellico piano. Per Will il senso di colpa si trasforma in affetto, presenza, vorrebbe essere nella vita di Abigail. Vorrebbe, ma Hannibal manipola e alla fine distrugge il suo sogno. Will, che desiderava avere accanto Abigail, sua “figlia” (le immagini oniriche di Will e la ragazza mentre pescano sembrano uscite da una favola e in effetti sono la “favola” di Will), si ritrova a parlare con il pallido fantasma della ragazza, il cui volto più adulto ci ricorda la vita e il tempo che Abigail non ha potuto avere. Al di là della struttura psicologica, credo che la relazione tra Will e Abigail sia quella rappresentata con più poesia, con l’emozione che lega un padre sensibile e intelligente ad una figlia ribelle e problematica. Da qui vorrei lanciare anche un altro argomento su Will, il suo legame con le donne della serie, a partire dal bellissimo personaggio di Beverly.

F. Ah, Will e le donne! Quale donna non vorrebbe avere un amico, o, perché no, se si è incline anche un fidanzato, come Will? Io certamente si. Sensibilissimo, rispettoso senza mai essere ossequioso, a suo modo, velatamente, cavalleresco.  E poi è uno che non ti fa storie se porti dentro cani randagi, che per me è un bonus gigantesco.
La relazione con Beverly mi interessa particolarmente, così tanto che sarà un punto chiave nel nostro fumetto Exoterism (dove Will è un licantropo e *spoilermanontroppo* Beverly è un gatto mannaro), allo scopo di approfondire la loro amicizia, che è bellissima da vedere on screen! Sono così sinceri e schietti l'uno con l'altra... fin troppo all'inizio, quando Beverly lo incontra per la prima volta e, dopo un breve scambio di battute riguardo al perché Will non sia un agente regolare, lei gli domanda a bruciapelo "Tu sei instabile?".
Quel "you unstable?" è stato un tormentone qui a casa nostra per un bel po'...
Beverly è esattamente il tipo di amica di cui Will aveva bisogno.

E. Will, manipolato da Hannibal e Jack, rifiutato da Alana e distante da Abigal,
può contare sull’amicizia di Beverly, donna intelligente e intuitiva. L’unica che crederà in Will quando sarà intrappolato e considerato un feroce assassino. Di tutte le donne presenti in Hannibal Beverly è la mia preferita proprio per queste sue caratteristiche di indipendenza, coraggio e capacità di connettersi con chi ha di fronte. E qui lo dico da grande fan del Dr. Lecter: l’ho odiato con tutte le mie forze per la terribile fine che ha imposto a Beverly. Ricordo l’espressione raggelata e malinconica di Will durante la scena della valutazione dell’omicidio di Bev (Mukozuke, S2ep.5).
La sua unica amica, la donna-alleata con cui poteva interagire senza sforzi né problemi di incomprensione psicologica (tipica di Will con tutto il resto del mondo), è morta, sezionata in più pezzi davanti a lui. Il ricordo di lei resta, in un breve frame il fantasma di Bev addirittura sembra confermargli che è proprio Hannibal il maledetto Squartatore di Chesapeake.

 Beverly: “You said you just interpret the evidence. So interpret the evidence.” 


Povero Will e le sue mille prove che lo fanno andare avanti di poco e poi retrocedere, come Sisifo. Ad ogni puntata mi chiedevo: “E questa volta cosa dovrà fare il povero Will?”, come se fosse una sfida costante. Ammetto che il suo personaggio scatena in me un notevole senso di protezione. In certi momenti avrei voluto difenderlo e gridargli di fare attenzione, per non vederlo conciato con una encefalite, solo, rinchiuso, sotto processo, braccato e manipolato. E la morte di Beverly per Will è il culmine, il punto di non ritorno in cui decide di uccidere Hannibal tramite l’infermiere Matthew Brown. Forse è l’unico momento dove Will agisce in modo disperato, molto umano, senza ponderare le conseguenze del suo gesto perché sa che non ha nulla da perdere. Ma deve vendicare Beverly, la sua morte atroce e la perdita dell’unica persona che poteva comprenderlo. Ho trovato quell’istante penoso, tutta la sofferenza e la rabbia di Will erano lì, in quel viso immobile e pietrificato. E sì, il loro legame inizia con il sorriso di Bev che chiede a Will: "Are you unstable?". Che grande donna, Beverly Katz.



F. È effettivamente un vero peccato che Beverly sia morta... se fosse stato un
romanzo, la durata così breve di un personaggio così positivo mi avrebbe dato fastidio, ma in una serie tv (tanto profondamente oscura, per giunta) era purtroppo prevedibile, tantopiù che la trama deve scorrere rapidamente e che tutti gli eventi devono essere particolarmente incisivi.
Al contrario di te, non ho odiato Hannibal per la fine di Beverly, per quanto amassi il personaggio. Dal suo punto di vista, oltre a difendersi, Hannibal ha voluto omaggiarla.
Certo, questo "omaggio" ha straziato gli amici di Beverly. Ha ferito profondamente Jack. Ma nelle intenzioni di Hannibal non era probabilmente un modo per prendersi gioco di lei, visto che il nostro Squartatore di Chesapeake da grande valore all'intelligenza e di certo Beverly Katz ne aveva abbastanza da scoprirlo... ma adesso sto divagando.
La vera domanda è: come ha fatto Will Graham a perdonarlo? Come ha fatto a perdonarlo per aver ucciso quella che era la sua migliore amica?
Francamente è una di quelle cose che ho sempre capito e giustificato poco. Will Graham, alla fine, sembra quasi dimenticarsi di quello che Hannibal ha fatto.
Forse, mi sono detta, ha pensato che Hannibal ha agito come un animale messo alle strette, quando Beverly Katz è entrata nel suo territorio, e ha difeso i propri interessi uccidendola... tuttavia, sebbene "giustificato" (e il numero di virgolette che ho utilizzato certo non bastano, considerando che si tratta di un omicidio abietto di una persona innocente e valida) l'assassinio di un'amica rimane sempre tale e al posto di Will mi sarei sicuramente vendicata.
Perché sembra dimenticarlo? Perché fa troppo male? Perché "ama troppo" Hannibal e gli perdona tutto? Non so se sarei molto contenta della seconda... sarebbe assolutamente inappropriata.
Eppure non riesco a capire.

E. Credo che Will, ad un certo punto, abbia “raggiunto” Hannibal. Nella terza stagione cerca le origini dell’uomo che lo ha quasi ucciso, vuole comprenderlo, e in quella stupenda scena girata nelle labirintiche catacombe della Cappella Palatina, immerso nella luce flebile, Will sussurra ad un poco distante Hannibal “I forgive you”. Durante la scena in cui Will e Hannibal cenano a casa Verger, presi in ostaggio, Will morde ferocemente Cordell su una guancia e appare un sorriso di approvazione da parte di Hannibal. Will non può non perdonare Hannibal, è suo alleato. Sono andati oltre l’amicizia (ma nota bene, non entriamo nella Hannigram zone), sono pericolosamente vicini, entrambi inclini al male. Will si fermerà, disgustato da tutto, e questa scelta rappresenta la fine della libertà di Hannibal, che si arrende a Jack e all’FBI.
Will può in questo modo proseguire la sua vita e nel tempo cerca a tutti i costi la normalità, sposando una donna dolce e comprensiva di nome Molly, che ha già un figlio suo. Per quanto siano state poche puntate, mi è piaciuto il rapporto di Will e Molly (e poi entrambi amano e salvano cani abbandonati). Lontani da tutto, in una casa immersa nel verde, accogliente, calda. Un nido a cui Will ambiva da molto tempo e una relazione capace di comprenderlo e accoglierlo. Molly è una donna simpatica e coraggiosa, in grado di alleviare il dolore e la sofferenza di Will. Certo, è molto ragazza della porta accanto, ma d’altronde lo è anche Will. E sì, hai ragione: chi non vorrebbe fidanzarsi con Will? In tutta onestà io me lo sposerei al volo. Però non fatemi incontrare Hannibal, potrei scappare con lui. :D

F. Da vera unpopular Fannibal quale sono, ho apprezzato di più la relazione fra Molly e Will che quella fra Will e Hannibal... un po' perché sono coccolosi (dawww), un po' perché Molly non ha mai cercato di ammazzare male Will... e SOPRATTUTTO perché entrambi amano i cani.
Will è pazzo, ma mica perché vede i wendigo, i ravenstag, i morti parlanti... no, è pazzo perché, comunque, lascia una vita perfetta (Una famiglia perfetta? I cani? La stramaledette pace dei sensi?! Rendiamoci conto!) per inseguire di nuovo la morte, per ritornare da Hannibal. Bada bene, però, che ho detto pazzo e non stupido! Ognuno di noi ha i suoi sogni, i suoi desideri, il suo becoming se mi permetti di usare il termine. Will aveva bisogno di sbocciare nel sangue, come una rosa nera su un campo di battaglia. Avrebbe potuto accontentarsi di una vita perfetta, avrebbe dovuto accontentarsi, ma ha deciso che non gli bastava. Il brivido del sangue era un richiamo troppo forte.
Ecco perché Will Graham è pazzo... ma questa è un po' una premessa dell'intera serie e senza questa follia che lo tende all'orribile, al sublime, tutta questa storia a cui tanto ci siamo appassionati non sarebbe esistita. Ecco perché, nonostante tutto, ho amato il finale della terza stagione e continuo ad amare il personaggio di Will Graham.

E. Will è irresistibile anche nei suoi limiti, nel porsi sempre in mezzo a qualsiasi tempesta con coraggio. Anche questo gli si deve rendere atto: non ha certo paura di buttarsi a capofitto nell’oscurità, anche quando è impaurito e terrorizzato, prosegue. Come diceva Neil Young in una sua vecchia canzone: “Meglio bruciarsi che spegnersi lentamente”, e ben si adatta alle cupe inclinazioni di Will. Anche a me piaceva la sua relazione con Molly – finalmente un po’ di pace e di sana normalità – ma sappiamo che resterà sempre il ragazzo “unstable”, rifiutato da una poco intuitiva Alana. Vorrei parlare proprio del rapporto tra loro, iniziato come una buona amicizia e terminato in distaccata gentilezza. Alana è certo intelligente, ma a mio parere all’inizio delle serie vede e interpreta i fatti in modo dogmatico, fermandosi ad un’analisi quasi didattica. In seguito come tutti sarà trasformata dagli avvenimenti causati da Hannibal ma si allontanerà da Will, che non ha mai compreso, proprio come non ha mai compreso Hannibal. Pur volendo bene a Will, arriverà il punto di rottura nell’assistere al gesto rabbioso dell’amico che, rinchiuso, tenta di far uccidere Hannibal. Se prima cercava di comprenderlo, di essergli amica, l’azione brutale spezzerà l’incantesimo tra loro che lo stesso Will aveva cercato di creare. Sappiamo che la serie è una giostra tra avvenimenti, sensazioni e intuizioni che cambiano in modo repentino e quasi destabilizzante, e proprio su questo elemento alcuni personaggi ruotano più di altri, come nel caso di Alana.
Ricordo che mi chiedevo: “Potrà amare Will?” e l’episodio successivo era tra le braccia di Hannibal. Ma d’altronde in Hannibal va così, ogni personaggio sembra trovare sicurezza nella follia e distanziarsi da tutto ciò che non è psicotico.
Alana Bloom: «Penso che Hannibal non sia un bene per te e che la vostra amicizia sia distruttiva».
Will Graham: «Ma Hannibal va bene per te».

Ammetto che un po’ mi è dispiaciuto non assistere ad una vera e propria relazione tra Will e Alana. Mi domando cosa sarebbe accaduto se Alana fosse stata meno ingenua e più accorta, più vicina a Will, se lo avesse sostenuto con più forza, magari ostacolando Hannibal. Rimane in me l’immagine stupenda da Kaiseki: Will sotto ipnosi per volere di Alana, si immerge nella sua figura divenuta oscura come un mistero che non si riesce a svelare.


F. Anche a me è dispiaciuto non vedere una vera relazione tra Will e Alana... ma sarebbe stata probabilmente una cosa tenera, dolce, quasi "normale" e si sa che questo show non ha spazio per cose del genere. La storia che ci viene raccontata rasenta l'horror psicologico... no, in effetti è vero e proprio horror psicologico. Non c'è tempo per i buoni, non c'è tempo per un amore dolce e calmo: bisogna sbrigarsi e correre correre correre verso un altro orrore! Se ci pensi bene, è quello che Will fa, soprattutto nella prima e nella seconda stagione: correre da un orrore all'altro, soffrendone, ma come se non potesse farne a meno.
Il rapporto che ha Will con l'orrido è controverso, come minimo. Il sangue e la sofferenza lo colpiscono, lo divorano, lo affascinano e lo spaventano... un po' come fanno con la maggioranza di noi, ma con la differenza che quasi nessuno di noi deve avere a che fare con così tanti crimini e con così tanta morte durante la propria via.

E. Ed è questo che fa di lui il miglior profiler dell’FBI, l’uomo che riesce a risolvere casi estremi, complessi e complicati e che sa empatizzare con i serial killer. Così tanto da finire nella rete di Hannibal – il serial killer estremo, complesso e complicato. La prima volta che ho visto questa serie sono rimasta affascinata dallo schema di Will, il suo “This is my design” era la prova di un totale coinvolgimento, di un’empatia tanto potente quanto devastante. Me ne sono innamorata. Per me Will rappresenta la lotta che da sempre coinvolge il genere umano: cercare la grandezza, la gentilezza e la bontà, e al contempo possedere un’anima oscura, a volte unica e distinta dalle altre, che conduce vero l’inevitabile sofferenza di chi si concede al Male.
Will non può nulla: non si difende dalle pressioni di Jack, non riesce a salvare Abigail, non sa farsi amare da Alana, non riesce a sfuggire ad Hannibal, non vivrà con Molly e il di lei figlio. Eppure ha una sua grandezza, è un uomo destinato all’oscurità ma sa riempirla di luce. Per me c’è una sorta di purezza in Will, come se il suo entrare da un orrore all’altro, come tu dicevi, fosse il desiderio di lottare e dare una forma, un senso e un nome al dolore stesso. La sua paura è quella di chi ha un cuore buono e generoso, la sua solitudine quella di chi non percorre le strade emotive più facili, la sua sofferenza quella di chi lotta tra Bene e Male.

Will: I am alone in that darkness. 
Hannibal: You're not alone, Will. I'm standing right beside you.

http://fav.me/d6ffifi F. Will è così profondamente umano da sembrare una rappresentazione stessa dell'umanità, che pendola (che sia per quello che le sue ricostruzioni mentali iniziano con il movimento di un pendolo luminoso?) da un lato all'altro, dal male al bene. Non gli piace essere psicanalizzato, ma alla fine ci stiamo cascando anche noi, lo stiamo psicanalizzando, anzi, stiamo cercando di comprendere l'essenza stessa della sua natura. Ma non è colpa nostra, non è così? Non è colpa nostra se la sua complessità suscita tanta meraviglia, stuzzica tanta bellezza. Artisti di tutto il fandom hanno cercato di dare rappresentazionigrafiche alla sua mente, alcuni con risultati veramente strabilianti (ora come ora, su due piedi, mi viene in mente il bellissimo Take retreat in the safety of your mind di nowwheresmynut), dimostrandoci che un personaggio così complesso si fa notare per molto altro che non sia solo il suo grazioso faccino, ma che affascini la gente per quello che ha dentro, per la sua lotta continua che ispira empatia e simpatia e che ci rende partecipi di una battaglia epica che ha luogo dentro una persona sola, un incendio dentro un cervello.
Il suo appeal è nel combattimento, uno grandioso, ma che in piccolo quasi tutti noi viviamo ogni giorno e questo lo rende praticamente unico nel panorama televisivo moderno, dove l'eroe maschile è fatto per l'adrenalina e per lo stoicismo. Ci vuole più coraggio a battersi con sé stessi e con la propria percezione del mondo che per dare un pugno sul grugno al cattivo di turno... e, per inciso, Will Graham riesce a fare benissimo entrambe le cose. 




 E voi? Che cosa ne pensate? Diteci la vostra su Will Graham!

giovedì 7 settembre 2017

Discorsi fannibaleschi 1 - Jack Crawford

Salve a tutti, miei coronati fratelli Fannibals. Siamo qui per presentarvi una nuova rubrica dedicata a noi italiani, visto che è un po’ triste e riduttivo che questo blog gestito da artisti italici sia praticamente tutto scritto in inglese. ;) Questa è la prima puntata di una “rubrica” che, se avrà successo, potrebbe ottenere un discreto numero di seguaci: si tratta di semplici (ma non troppo) “discussioni” in cui approfondiremo uno o più aspetti della serie tv Hannibal, toccando anche i libri, i film e la cultura popolare. Senza altri indugi, iniziamo subito!
Emanuela Pegurri, copywriter, web editor e fannibal,& Furiarossa, artista, scrittrice nel gruppo dei Cactus di Fuoco e fondatrice di "Another Hannibal Artblog" presentano:

Discorsi Fannibaleschi#1
Jack Crawford 


F. La storia di Hannibal è senza dubbio complessa, contorta e oscuramente meravigliosa, influenzata da migliaia di differenti variabili che l'hanno indirizzata sui binari che tutti conosciamo. Fra queste variabili, una delle più decisive è stata proprio Jack Crawford, questo personaggio apparentemente semplice e in realtà estremamente controverso. Chi è in realtà Jack Crawford? È davvero uno dei "buoni"? E quanto ha influenzato la storia dello Squartatore di Chesapeake? Sarebbe interessante partire dall'inizio, definendo qual è il "cuore" di questo personaggio. Jack Crawford è, prima di qualunque altra cosa, una sorta di incarnazione del poliziotto stereotipico: caparbio, con un forte senso della giustizia, disposto a qualunque cosa pur di catturare il criminale di turno. Eppure, sebbene dotato di questo palese senso della giustizia, si possono notare contraddizioni ovvie in esso. All'inizio della storia, nella prima puntata di Hannibal, abbiamo Jack Crawford che si presenta a Will Graham e gli chiede il suo aiuto o più propriamente di "prestargli la sua immaginazione". Crawford è il capo del dipartimento di scienze comportamentali, teoricamente sa che cosa sta chiedendo a Will Graham, sa che di pari passo ad una grande immaginazione cammina la paura, eppure non indugia, cerca di convincere Will anche quando questi si mostra riluttante. È giusto sacrificare la salute mentale di una sola persona (come in effetti vedremo che accade durante il corso della serie) in questo modo, anche se per salvare altre famiglie? Io sono convinta che Jack avesse altre possibilità, che avrebbe potuto rimboccarsi le maniche e chiamare qualcuno di quegli esperti che invece volevano aiutare, che non avrebbe dovuto per forza costringere e che non ne sarebbero usciti così rovinati, ma che ha scelto la via facile e questo è... immorale, se vogliamo.

E. Concordo. Ma prima di tutto voglio aprire una piccola parentesi: a mio parere la versione di Hannibal creata da Bryan Fuller mette in gioco il lato oscuro di ogni personaggio e focalizza i meccanismi di manipolazione e potere all’interno della piccola “comunità” che si muove dentro l’intera vicenda. Perciò sono d’accordo con te nel definire Jack un po’ immorale: pur di raggiungere il proprio obiettivo (sacrosanto, visto che il fine è di catturare pericolosi criminali) non esita a muovere chi e come gli pare. In questo lo vedo poco arguto e difetta in flessibilità: il suo è il carattere severo di chi ambisce al risultato senza valutare altro. A volte pare non rendersi conto di quello che gli sta intorno, come se il suo radar interiore si limitasse a pochi obiettivi e si muovesse in modo emotivamente goffo, senza farsi scrupoli e senza la minima empatia (e qui mi ricorda Hannibal – paragone forse un po’ azzardato ma è un altro individuo che viaggia a zero empatia). Ricordiamo che Jack affronta la malattia di Bella, sua moglie, con amore e dedizione, ma anche con un certo pragmatismo ottuso (il dialogo tra lui e Bella nello studio di Hannibal, nel momento in cui scopre la grave malattia della moglie, è da manuale del perfetto marito un po’ stupido). Ma Jack ha anche lati positivi. Sa riconoscere i più validi collaboratori (Will Graham, Miriam Lass e Clarice Starling), ha doti di stratega e la giusta autorevolezza e competenza che gli permettono di affrontare ogni caso con una buona dose di freddezza. Di certo è coriaceo, pare sopportare tutto con una forza da super-eroe: dall'aggressione ferina di Hannibal alla straziante morte di Bella, dagli omicidi allucinanti che sembrano usciti da un horror di H.P. Lovecraft, dal pensionamento forzato dall’FBI alla frustrazione di non poter catturare lo Squartatore di Chesapeake, lui è sempre lì, in piedi e con il suo sguardo torvo e fisso. Jack Crawford è il simbolo del poliziotto duro e tosto, forse un po’ ciula (si può dire ciula? Sì, ok, grazie! :D ) ma che sappiamo essere pronto a lottare pur di far sventolare la bandiera della giustizia.

F.In effetti è vero che Jack Crawford possiede una resilienza agli eventi traumatici davvero incredibile, ma questo fa sorgere una domanda: e se fosse proprio questo a renderlo una persona "cattiva"? Mi spiego meglio: la resilienza di Jack, la sua capacità di ritornare al suo stato mentale iniziale dopo un trauma, non lo rendono ben poco flessibile mentalmente? Normalmente, dopo un evento di tipo traumatico, la psiche di una persona si adatta più o meno radicalmente per evitare che quell'evento si ripeta. Jack non lo fa, Jack continua per la sua strada, imperturbato. Manca di adattamento. E se fosse questo che gli impedisce di capire dove sbaglia? Il ripetere sempre gli stessi errori?

E. Secondo me Jack è il personaggio più prevedibile della serie a cui aggiungo, più che cattiveria, una certa ottusità di fondo. Non è ai livelli di Chilton (povero Chilton!), ma appare ai miei occhi come una figura un po' banale in mezzo a due personalità inconsuete come quelle di Hannibal e Will. Forse è proprio questo il destino che Bryan ha voluto per Jack: rappresentare l'ago della bilancia che resta immobile. Jack manca del quid in più che possiedono Hannibal e Will, e si muove sempre e solo in una direzione. Il suo, però, non è neppure il cercare l'equilibrio perfetto, ma muoversi usando quello che a lui pare l'unico traguardo: fare giustizia. In certi momenti è così impegnato e ossessionato dal raggiungimento di quell'obiettivo che si muove in modo impulsivo, ottuso, quasi rabbioso.

F. Eppure nel libro Jack non da questa impressione, non è curioso? Sebbene sia anche lì, ovviamente, non il più brillante nella stanza, notiamo che si tratta di una figura assai più autorevole (e persino più elastica) e il lettore ha l'impressione di potersi fidare di lui, tutto sommato. In compenso è più bruttino:  Molly lo vede come "uno scimmione bianco". Il nostro Jack ha la faccia di Morpheus in Matrix, ma il cuore di un sasso. Il Jack dei libri è una guida, quasi un padre (cosa che si nota di più con Clarice) e ha piccole scene deliziose, come quella in cui condivide una confezione di tater tots con Will Graham... nella serie neanche si sogna di offrirgli un caffè, anche se è chiaro che il nostro detective empatico preferito sembra sul punto di crollare! Anche questa è ricerca dell'equilibrio perfetto? O Jack semplicemente... se ne frega?


E. Proprio così, nei libri di Thomas Harris il personaggio di Jack Crawford (quando è in attività all’FBI) è affidabile, un leader lungimirante e molto attento a tutto ciò che lo circonda. Come ho già detto, credo che il Jack di Hannibal sia la versione che Bryan voleva di lui, per meglio esaltare le figure di Will e Hannibal, e renderlo il più “normale” possibile, con tratti tutto sommato poco interessanti e in alcuni casi discutibili. Ricordiamo che nella prima stagione Jack non vuole rendersi conto della sofferenza di Will, ne sfrutta e manipola i talenti, soprattutto quello dell’empatia. Neppure si pone dei dubbi su quel poveretto - affranto e in preda a deliri di ogni tipo - quando tutti credono sia un assassino. Pur di acciuffare lo Squartatore di Chesapeake evita di approfondire le prove che scagionerebbero Will. Certo, non è felice durante l’arresto di Will, ma neppure si oppone, né indaga con maggiore profondità. Per quanto mi riguarda ho trovato il suo personaggio prevedibile, un po’ ottuso e scontato. Ma, ripeto, in Hannibal doveva essere così: Jack dà l’idea di essere una semplice cornice che circonda un quadro di assoluta bellezza dove sono rappresentati solo Will e Hannibal. Il loro rapporto è il fulcro della serie. In questo dialogo a mio parere c’è tutta l’essenza di Jack e Will versione Bryan Fuller: Jack: “Hannibal Lecter non è lo Squartatore di Chesapeake.” Will: “Se lo Squartatore uccide, Hannibal Lecter sta organizzando una cena. Tu e io potremmo aver sorseggiato vino mentre ingoiavamo le persone a cui volevamo rendere giustizia, Jack.” 2a stagione, episodio 6, “Futamono” Jack vive delle sue ottuse convinzioni ma Will, come sempre, va oltre con un’immaginazione e un talento che Jack non possiederà mai. Nel cinema credo che la versione di Jack Crawford più simile ai libri di Harris sia quella interpretata da Scott Glenn ne “Il silenzio degli innocenti”. Non intendo fisicamente, ma a livello di tratti psicologici. Avevo anche apprezzato le versioni di Dennis Farina (Manhunter) e di Harvey Keitel (Red Dragon) ma le ho trovate un po’ meno incisive.


F. Su questo concordiamo: la versione cinematografica più simile ai libri (e forse anche la più apprezzabile) è quella offerta da Scott Glenn. Anche nei libri, Jack Crawford ha un ruolo più sottile e incisivo proprio ne "Il Silenzio degli Innocenti", mentre in Red Dragon è più... beh, un filo più simile a come lo vediamo nella serie televisiva, nonché più "rude". Che sia perché ha a che fare con Will Graham, che è un uomo, piuttosto che con Clarice Starling, che è una giovanissima agente donna? Purtroppo spesso (troppo spesso) nei libri di Thomas Harris il trattamento fra i personaggi maschili e quelli femminili è davvero iniquo...  cosa a cui, per fortuna, Bryan Fuller ha messo una pezza! Non posso tuttavia fare a meno di notare che persino nella serie televisiva Jack Crawford sembra ammorbidirsi, anche se di poco, in presenza di signorine. Non c'é che dire, proprio uno sbirro vecchio stile, con la convinzione di dover essere cavaliere verso il gentil sesso!

E. Vero: Jack è un po’ retro, ma credo sia per il suo ruolo. In fondo è il bravo agente, quello che mette tutti in fila e li fa marciare. Credo sia per questo che, nel libro, riporta Will Graham all’FBI con il compito di aiutarlo a catturare Francis Dolarhyde e in seguito il suo intuito lo porta a scegliere Clarice Starling per stanare Jame Gumb. Ho notato che, sia nei libri sia nelle versioni cinematografiche e in quella televisiva, Jack non comprende mai Hannibal. Per lui è un mostro da mettere dietro le sbarre, nulla di più. Ma in fondo è il suo ruolo e lo abbiamo più volte detto: Jack è il bravo agente FBI che segue le regole. Gli unici suoi cambiamenti sono dovuti non tanto al suo ruolo professionale quanto alla morte di Bella, la moglie. D’altronde è un essere umano, non un robot o un alieno. Nei libri, ricordiamo, si sente responsabile per la vicenda terribile di Will che si salva dall’attacco di Dolarhyde – in Red Dragon - ma questi lo sfigura e fa di lui un uomo infelice, solo e alcolizzato. Si riprende con la vittoria di Clarice su Gumb ma in Hannibal scopriamo che ha problemi di salute e nella parte finale del romanzo muore di infarto. Nella serie, come già abbiamo detto, Jack sembra cadere e rialzarsi con grande forza, sia a livello psicologico sia fisico. Ricordiamo la sonora lezione che dà ad Hannibal nell’episodio Contorno. :)

F. Oh si! Si può empatizzare quanto si vuole con Hannibal, si possono capire le sue ragioni, la sua storia, ma non si può non apprezzare la sonora lezione che Jack Crawford gli impartisce in Contorno! Una delle mie scene preferite, potente, ben strutturata, con Hannibal che passa attraverso innumerevoli lastre di vetro, infrangendole così come ha infranto innumerevoli vite, ma stavolta rimanendone davvero segnato, fisicamente segnato. Una sorta di legge del contrappasso (e sapendo che il tema di Dante è forte nella terza stagione è ancora più facile notarlo!) in cui Jack, come una sorta di angelo vendicatore, o persino di dio, punisce Hannibal per il dolore che ha inferto nelle stagioni precedenti.
Ricordiamo poi anche che Hannibal aveva ferito Jack alla gola proprio con un pezzo di vetro, nel finale della seconda stagione!
E poi vedere Jack combattere è una gioia per gli occhi: a dispetto della taglia e del fisico possente, si muove agilmente e i suoi colpi vanno dritti a segno come pugni di Muhammad Alì! Anche la scena in cui "arpiona" Hannibal come un pesce, ferendolo alla gamba con un rampino, ha secondo me una sua chiara valenza simbolica: se Will, pur essendo un pescatore esperto, si è lasciato scappare questo pesce, allora sarà Jack a prenderlo... con un'altra tecnica. L'intera scena è concreta, fisica, terrena come lo è il personaggio di Crawford e, proprio per questo, bellissima: perché ancora lo spettatore a terra pur senza banalizzare la violenza.
E.Vero, la furia “divina” di Jack è un momento catartico. Dopo tanta sofferenza quel brav’uomo, una delle tante anime semplici manipolate dalla perfida intelligenza di Hannibal, si gode la sua personale rivincita. Lo fa con la forza che gli appartiene, quella fisica, perché il vigore mentale è territorio di Hannibal e di Will, e finalmente ferisce chi lo ha umiliato e quasi ucciso.

“Hannibal: How will you feel when I'm gone?” 
“Jack: Alive.”

Ma Jack non lo uccide, chiederà a Will di farlo. Qui Jack mostra la sua vulnerabilità: riposta la rabbia è in definitiva un uomo stanco e prostrato per la morte della moglie le cui ceneri, insieme all’anello nuziale, sono state gettate nel fiume Arno. Una scena emotivamente toccante, con il sospiro e le lacrime di Jack che, unite alla luce del tramonto nella scena girata sul Ponte di Santa Trinità, sembrano quasi presagire una sorta di crepuscolo personale. Si dice che, prima o poi, viviamo tutti per sopravvivere, e Jack, ad un certo punto è a tutti gli effetti un sopravvissuto. Ogni episodio della terza stagione lo vede differente dal Jack delle due stagioni precedenti; più distaccato, distante, raggelato nel suo dolore e ancora più realista, ben saldo e piantato con i piedi per terra. Credo che per impersonare Jack scegliere Laurence Fishburne, attore alto e robusto che comunica sì forza ma anche una sobria stabilità, non sia stato un gesto casuale. Perché Jack Crawford è proprio questo: un uomo tutto d’un pezzo.
“Ciao, Bella.”


E voi? Che cosa ne pensate? Diteci la vostra su Jack Crawford!